R e c e n s i o n i 

 

Vania Abreu 

SEIO DA BAHIA

 

Guinga

CINE BARONESA

Wilson Simoninha

VOLUME 2

 

Gabriele Mirabassi

1 - 0  (Uno a zero)

 

Fernanda Abreu

ENTIDADE URBANA

 

Tao do Trio

UNS CAETANOS

 

Lenine

NA PRESSAO

 

Guinga in concerto

 

 

 

Vania Abreu 

SEIO DA BAHIA

Velas

012 960 2

****

 

Giunta al suo terzo lavoro, la sorellina di Daniela Mercury (innegabile che abbia il suo stesso timbro di voce), ci regala un ottimo esempio di MPB moderna e piacevole. Date le premesse e le potenzialità, non siamo forse ancora al vertice delle sue capacità espressive, ma si comincia ad essere veramente soddisfatti: arrangiamenti sufficientemente personali e ben curati, buona scelta dei brani, energia e classe interpretativa in netta ascesa. Ospiti speciali sono per la prima volta la diva Daniela nel brano che da’ il titolo al CD e un ottimo Domiguinhos che insaporisce con il suo classico acordeon “Dono dos teus olhos” di Humberto Texeira e la splendida Conta de areia. Tra radici bahiane e ballad melodiche, bossa-nova e forro, perfino sertaneja, Vania Abreu appare sempre più l’alter-ego riflessivo e pop (nel senso di interprete MPB) della Mercury, molto meno incline all’axé e sempre più legata alle nuove leve compositive nordestine, da Zeca Baleiro a Chico Cesar a Jorge Portugal. Il disco è del 99 e intende sintetizzare tutto il cammino professionale della cantante, offrendo pezzi che sono da sempre suoi cavalli da battaglia in concerto, come Sangue Latino, Olhozinho, Mais de mim. Il tempo è ormai maturo per un nuovo lavoro, che potrebbe essere la conferma definitiva e il lancio nei circuiti internazionali. Dai piccoli club di Bahia alla platea internettiana, statunitense ed europea: un bel salto per una cantante che merita massima fiducia ed attenzione e promette di diventare una delle interpreti più apprezzabili della scena brasiliana.
(Giangiacomo Gandolfi)

 

 

Guinga

CINE BARONESA
CARAVELAS 

270.001

 

*****

Guinga (voce, chitarra acustica)

Gilson Peranzzetta (piano, arrangiamenti)
Lula Galvao (chitarra)
Paulo Sergio Santos (clarinetto)
Armando Marçal (percussioni)

Marcos Sudano (percussioni)

 

Concepito come una sorta di colonna sonora e intitolato come il cinema della propria infanzia, il quinto disco di Giunga è un piccolo gioiello di eleganza e ricercatezza musicale. Del tutto sconosciuto in Italia e poco frequentato anche nel proprio paese, il chitarrista e compositore carioca stupisce per la bellezza e la raffinatezza delle sue composizioni. E disorienta chi coltiva la convinzione che musica brasiliana sia sempre sinonimo di ritmi incalzanti. Per una volta le percussioni sono relegate sullo sfondo a favore di strumenti a corda e fiati, i quali alternano lirismi e spunti jazzistici per la voce afona ma non priva di fascino di Giunga. Alcuni brani, come già nei precedenti lavori “Cheio de dedos” e “Suite Leopoldina” sono soltanto strumentali, come la splendida, iniziale Melodia Branca, dedicata alla propria figlia, che apre l’album nell’eccellente arrangiamento di Gilson Peranzzetta e lo chiude eseguito alla chitarra dallo stesso Giunga. Oppure l’onirica e delicatissima Cine Baronesa, che dà il titolo all’album, impreziosita dai vocalismi di Fatima Guedes e dalle atmosfere create dal Quartetto Maogani di sole chitarre. Non mancano spunti più movimentati, come Vo Alfredo e Orassamba, quest’ultima dal testo interessante e ricco di neologismi, entrambe composte da Giunga insieme a Aldir Blanc. Divertente la citazione di vecchi musical nel fox scritto da Giunga insieme a Nei Lopes e contrappuntato dal clarinetto di Paulo Sergio Santos, con le voci di Cecilia Spyer e di Betina Graziani. Tra le altre partecipazioni spiccano quelle del già citato Nei Lopes al canto che recita un omaggio a Rio de Janeiro; e su tutte, quella di Chico Buqrque nell’interpretazione di Yes, zé Manés, blues che sembra essere stato scritto appositamente per Giunga. Un disco da non perdere per tutti gli amanti della buona musica senza etichette.

(Fabio Germinario)  

 

 

Wilson Simoninha

VOLUME 2

Trama 

T500/084-2

****    

 

Tra le novità nel panorama musicale brasiliano continua a conservare una fetta di mercato il genere “soul-funk” indigeno, fortemente influenzato dal sound nordamericano, ma anche in grado di vantare una notevole tradizione locale. In questo genere si colloca il primo lavoro di Simoninha (il titolo è un vezzo), creditore fin dalla scelta dei brani e dei ringraziamenti a quella grande famiglia che riconosce i suoi padri nobili in Jorge Ben e Tim Maia e che vede oggi il suo nuovo campione in Ed Motta e nell’emergente Max De Castro (non a caso presente come compositore di due titoli).Si tratta di una produzione molto levigata, con arrangiamenti trendy e un groove discretamente contagioso, su cui spiccano rilassate doti canore. Non certo un capolavoro, intendiamoci, ma un disco molto piacevole e meritevole di qualche ascolto ripetuto. In un contesto di brani di media qualità firmati da Simoninha, risaltano i recuperi di alcuni classici più o meno inflazionati: una “vinheta” riecheggia Mas que nada, una traccia riprende e aggiorna Bebete Vaobora, un’altra addirittura riesuma un piccolo capolavoro dimenticato come Nanà di Moacyr Santos, innestandovi efficaci inserti rap. Quello che però più convince è il tentativo di rivitalizzare una tradizione di “crooning” para-jazzistico contaminandola con ritmiche da dancefloor. I vertici del CD sono quindi forse toccati da due ballad allo stesso tempo antiche e moderne: Orgulho, un samba lento venato della nostalgia fumosa di un corposo “scat singing” a mo’ di tromba, e la romantica, deliziosamente interminabile Eu e a brisa di Johnny Alf, che suggella un’opera prima interessante quanto promettente.

(Giangiacomo Gandolfi)

 

 

Gabriele Mirabassi

1 - 0  (Uno a zero)
Egea 

SCA 088

****

Gabriele Mirabassi (clarinetto)

Patrick Vaillant (mandolino)

Luciano Biondini (fisarmonica)

Michel Godard (tuba)

 

Nuovo omaggio alla musica brasiliana da parte di Gabriele Mirabassi, che dopo la felice parentesi discografica insieme al chitarrista Sergio Assad ha dedicato il suo ultimo lavoro allo Choro, nobile genere musicale brasiliano semi-sconosciuto in Italia. Insieme al mandolinista Patrick Vaillant, al fisarmonicista Luciano Biondini e al tubista Michel Godard, il colto ed eclettico clarinettista perugino ha eseguito alcuni tra i più importanti classici dello choro, documentando questa nuova esperienza in una registrazione effettuata al teatro comunale di Spello. Il disco che ne è stato tratto è stato intitolato “1 – 0”, come quello di uno standard di Pixinguinha, massimo esponente del genere. Un’operazione non priva di rischi, e non solo di ordine filologico, considerata la strumentazione eterodossa scelta per l’occasione, che non ha nulla in comune con quella tradizionale. Ma è forse grazie a questa forzatura e alla lettura interamente europea che Mirabassi e compagni hanno dato dello choro, rallentandone il ritmo ed enfatizzando le linee melodiche, che questa musica disvela tutto il suo fascino. Con la tuba di Godard a fare da contrappunto alle melodie disegnate senza sbavature e con sobrietà dagli altri strumenti, il quartetto rivisita alcune tra le più belle pagine di musica “classica” brasiliana. Il risultato è un piccolo gioiello di eleganza che rivela la maturità artistica di Mirabassi, consigliabile a chi intende accostarsi a una musica importante e densa di significati. 

(Fabio Germinario

 

 

Fernanda Abreu

ENTIDADE URBANA

EMI 

528 232 2

**
  
 
Con una ammiccante copertina “patchwork”, l’astuta produzione patinata di una vecchia volpe del pop brasiliano come Liminha e il tentativo di riprendere le fila di un dialogo proficuo con le Disco più “in” di Rio e Sampa, la Abreu aggiunge un nuovo tassello alla sua produzione. Piuttosto fiacco e poco convincente, a dire il vero. Purtroppo la sensazione che se ne ricava è di un’inarrestabile caduta verso il basso di una lady della dance rap-funky del Brasile metropolitano, in grado di travolgere la scena degli anni ’90 con una perla innovativa come Da Lata, il suo terzo CD. Ma questo è il trend: già Raio X mostrava segni di stanchezza ed eccessiva eterogeneità, pur presentando un possibile nuovo percorso di rilettura di classici pop e addirittura samba storici. Discretamente arrangiato ma piuttosto anonimo come scrittura musicale, “Entidade Urbana” è una macchina che stenta a decollare e spesso gira a vuoto, nonostante la guest appearance di Gil in un brano indubbiamente piacevole come Roda que se mexe e il brillante contributo bassistico di Liminha e quello percussivo di gente come Marcos Suzano e Ramiro Musotto. L’elite della avanguardia pop brasileira insomma, tanto per capirsi. Ma i brani rimandano solo pallide ombre dello “suingue” irresistibile dei tempi di “Garota sangue bom” e il ritratto di un tumultuoso melting-pot urbano carioca-paulista sembra ormai essersi ritirato più efficacemente su altri lidi musicali. Rimane la voce acida e suggestiva della Fernanda, con contorno di sampling, scratch e talking box ormai ben poco graffianti, più un’esigua manciata di brani accattivanti come Meu Cep E’ o Seu e Paisagem de Amor. Troppo poco per un’acclamata regina della dance sofisticata.

(Giangiacomo Gandolfi)
  

 

 

Tao do Trio

UNS CAETANOS
CID 

CD 00527/2

*** 

Cristina Lemos (voce)Helena Bel (voce)
Suzie Franco (voce)
Vicente Ribeiro (tastiere, arrangiamenti)
Glauco Solter (basso)
Endrigo Bottega (batteria e percussioni)

  
 
Formatosi sette anni fa dall’incontro tra le cantanti Cristina Lemos, Helena Bel e Suzie Franco, ma ancora sconosciuto in Italia, il Tao do Trio ambisce a dare continuità alla tradizione dei gruppi vocali brasiliani (Bando da Lua, Os Cariocas, MPB-4, Quarteto em Cy, Boca Livre). La strada da percorrere è forse lunga, ma questo “Uns Caetanos” stampato dalla Cid, una piccola etichetta di Rio de Janeiro, si segnala per una certa piacevolezza d’ascolto se non proprio per l’originalità dei contenuti. Il disco, che ripropone 18 tra le più interessanti canzoni di Caetano Veloso (alcune delle quali in medley), intende rappresentare un tributo al popolare cantautore baiano e al tempo stesso una scommessa sulla sovrapposizione vocale in alternativa all’uso polifonico delle voci. L’idea di Vicente Ribeiro, direttore musicale del trio oltre che produttore-arrangiatore e marito di una delle componenti, è stata di farle cantare all’unisono, con l’effetto di conferire al prodotto una certa eleganza interpretativa senza eccedere nei virtuosismi vocali. Per tutta la durata del disco l’ascoltatore viene avvolto senza scossoni da melodie patinate e accarezzato dalle belle voci delle tre interpreti. La selezione dei brani non è banale e spazia nel repertorio più giovanile di Veloso. Tra le esecuzioni più degne di rilievo, una elegante riproposizione di “Dom de iludir” e una versione moderatamente jazzata di “Baby”, già resa nota da Gal Costa. Per chi intende concedersi un pizzico di relax all’insegna della qualità senza scadere nell’evasione.

(Fabio Germinario)

 

 

Lenine

NA PRESSAO
BMG 
74321710762

****
   
 
Se il futuro della musica popolare brasiliana si profila sempre più all’insegna della fusion, vale la pena di soffermarsi sul musicista che al momento rappresenta forse il maggior interprete di questa evoluzione. Sebbene abbia alle spalle un’esperienza ormai ventennale, il pernambucano Lenine con la sua scoppiettante e geniale miscela di ritmi nordestini mista a influenze rock, funk, hip-hop, viene immeritatamente sottovalutato. Eppure il suo ultimo lavoro, “Na pressao”, uscito due anni fa (il prossimo disco è imminente) è un riuscito saggio di come sia possibile tentare nuove strade musicali senza cadute di stile o avvitamenti su se stessi, come nel caso degli ultimi lavori di Carlinhos Brown, anch’egli attratto dal fascino della contaminazione. A differenza di quest’ultimo, Lenine non perde di vista l’opportunità di descrivere con la sua musica la realtà che lo circonda anche attraverso l’aiuto di testi graffianti, quasi mai scontati, e collaborazioni di qualità come quelle di Arnaldo Antunes, Paulinho Moska, Sergio Natureza e Lula Queiroga. Esemplificativo a questo proposito “JackSoulBrasileiro”, brano di apertura dell’album, ricco di intelligenti giochi di parole, rimandi, trovate come l’inserzione di un frammento di un brano dei Jackson do Pandeiro. Interessanti anche le atmosfere cariche di latente aggressività create dalle percussioni di Nanà Vasconcelos nel brano che dà il titolo all’album, e la poesia mista a denuncia sociale di “Relampiano”. Un poco più scontati i testi di “Paciencia” e “Meu Amanha”, l’ultimo dei quali ricorda quasi fino a citare la “Meu bem, meu mal” di Caetano Veloso. Ma a convincere di questo disco sono gli innumerevoli sapori di una musica che guarda in modo intelligente al futuro.

(Fabio Germinario)
 

 

 

Guinga in concerto

Roma, 26.07.2001

Auditorium del Centro Studi Brasiliani (Ambasciata del Brasile)

 

Guinga (chitarra, voce)

Lula Galvao (chitarra)
Paulo Sergio Santos (clarinetto)

 

 

“Existe um sax em mim chorando baixinho assim e è tao bonito uma lagrima cantar…” Choro pro Zé (Guinga – Aldir Blanc) 

 

E’ con un brivido di malinconia e dolcezza, come il suono languido di un sax lontano, che la musica di Guinga ti entra sotto la pelle. Se ne sono accorti tutti il 26 luglio all’Ambasciata Brasiliana di Roma, a giudicare dal silenzio rapito del pubblico. Si potrebbe discettare sul virtuosismo tecnico dell’artista e di quello dei suoi compagni di avventura - il sobrio e impeccabile chitarrista Lula Galvao, lo struggente e eccelso clarinettista Paulo Sergio Santos – ma non si coglierebbe il fascino di una musica che viene da lontano, dalla tradizione nobile del choro carioca, dagli echi delle influenze impressioniste e operistiche sul patrimonio musicale brasiliano, dall’enorme rispetto per la tradizione popolare. Guinga, al secolo Carlos Althier de Souza Lemos Escobar, è in realtà un eccezionale distillatore di suoni e melodie, un compositore che trascende la mescolanza di generi da cui trae radice per raggiungere le vette di un ideale Parnaso dei classici brasiliani: Villa-Lobos, Camargo Guarnieri, Ernesto Nazareth, Radames Gnattali, Antonio Carlos Jobim. Non a caso, il tratto che lo accomuna a questi illustri predecessori è la capacità di trattare il materiale del folklore nazionale, e della stessa musica “pop”, facendolo convivere con forme più “alte” ed elaborate di espressione musicale. Il risultato è una grande sottigliezza e complessità formale, unita a una immediatezza e a una cantabilità di rara presa emotiva, sulle sei corde come nell’interscambio tra le voci degli strumenti.E’ quasi tutta musica strumentale quella che presenta in concerto, brani di splendida fattura come "Choro pro Zé", "Cheio de dedos", "Choro Perdido", "Par constante", tratti per lo più da vecchi lavori come Delirios Cariocas, Cheio de Dedos e Suite Leopoldina. A tratti emerge l’amore per il jazz, per architetture di velocità vertiginosa. Ed è sempre presente, anche nei pezzi più gioiosi, quell’aura di saudade, di lirica mestizia che costituisce il marchio di fabbrica della migliore musica brasiliana: chiaroscuri emotivi resi con inimitabile sapienza strutturale, quasi bachiana.Con timida amabilità e ammirevole semplicità Guinga ha incantato la platea e il sottoscritto, cercando di spiegare in portoghese lento l’origine di alcuni brani, presentando con orgoglio e parole di stima e gratitudine i due colleghi, addirittura concedendosi al canto con una delicata “Sacì”, lui solitamente così restio ad esibirsi come vocalista (“Cantare è un grande sforzo per me, credo di essere un cattivo cantante” ha dichiarato alla stampa). E quando è uscito dalla sala al termine del concerto, in un trionfo di applausi, non ha smesso di sorridere, di comunicare agli ascoltatori deliziati che la musica è tutto: arte, gioia, comunicatività, convivialità, poesia, bellezza. Grazie Guinga. 

(Giangiacomo Gandolfi)