Vi racconto il "mio" Brasile

di Raffaella Capra

 

Mi fa quasi paura questo foglio bianco su cui dovrei disegnare il mio Brasile. Diceva un amico missionario che “chi va in Brasile una settimana scriverebbe un libro, chi va per un mese scriverebbe un articolo, chi per tanti anni non scriverebbe niente”. Troppe le cose da dire, come troppe sono le sfaccettature e le contraddizioni di questo paese.  Fa quasi male osservare le case di paglia e fango affiancate a ville con piscina, oppure auto ultramoderne che seguono carretti di legno trainati da cavalli. Anche se questi aspetti del Brasile sono conosciuti in tutto il mondo, osservati direttamente assumono altri colori… Appena arrivata avrei voluto fotografare tutto, cercavo di memorizzare il luogo per poi tornare armata di obiettivo, ma è bastato qualche giorno per rendermi  normale questo panorama. Il primo contatto con il Brasile è stato a São Paulo: arrivo all’aeroporto di Guarulhos, devo attraversare la città per giungere a Congonhas. Sorpresa per chi si aspetta di trovare neri e mulatti: potrei trovarmi in qualsiasi metropoli del mondo, vista la varietà di fisionomie. Fa molto freddo, è pieno inverno, lì. Rischio quasi di perdere la coincidenza,  ma la compagnia aerea risolve pagandoci un taxi, così posso guardarmi intorno ancora meglio. Il tassista ride alle nostre espressioni stupite e ci fornisce qualche dato sulla popolazione, il clima e soprattutto il traffico: dopotutto ci abitano diciotto milioni di persone…  

  Per un pelo riusciamo a prendere l’aereo per Brasilia e, stanche, ci addormentiamo aspettando l’arrivo. Ancora un cambio e ci siamo, giusto un secondo per notare già le prime grandi differenze tra le città. Imperatriz ha più di centomila abitanti, ma il suo aspetto non è nemmeno lontanamente simile ad una delle nostre cittadine. Esistono solo due condomini,  per il resto sono tutte costruzioni ad un piano, sviluppate in larghezza. Le strade sono tutte perpendicolari e a senso unico, in ordine alterno. La maggior parte dei negozi non ha vetrine, ma rientranze con merce a vista. Per quanto riguarda la pulizia delle attività di ristorazione, le condizioni igieniche sono buone e ci si può fidare tranquillamente a mangiare qualcosa in un bar. Si distinguono i locali i cui titolari vengono dal sud: più curati, più puliti, più forniti. Appena usciti dal centro, però, appaiono i primi segni di povertà: strade sabbiose, bambini nudi che corrono, gente seduta fuori casa impegnata ad ammazzare il tempo con le parole. Anche stando in auto, io e la mia amica ci sentiamo più che osservate, probabilmente perché siamo le uniche straniere! Cavalchiamo l’autostrada transamazzonica (una carreggiata, doppio senso di marcia) in sella ad una Ford Premio (!) di chissà che anno, zigzagando tra una voragine e l’altra, ed arriviamo al nostro paesino: Ribeirãozinho, o meglio Governador Edison Lobão, proprio come il nome di un politico che ha finanziato alcune opere in loco. Qui le strade asfaltate si contano sulle dita di una mano, e per il resto sono tutte rosse, con quell’areia che si attacca dappertutto, sabbia fine e impalpabile come farina.

 

Mi sento come se fossi fosforescente. Le persone che ci osservano aumentano in modo esponenziale, ma le loro intenzioni sono soltanto buone: capirò con il tempo cosa rappresenti per loro l’Italia: un paradiso, un sogno, un modello da imitare. La nostra camera è molto spartana: i letti sono assi di legno su cui è appoggiato un materasso, anche il tavolino è costituito da travi poste sopra due cavalletti. Ai muri ci sono ganci per le amache, diffusissimi in tutte le case, ed un filo cui agganciare l’indispensabile mosquiteiro, la zanzariera. Il grande problema non è l’arredamento quanto la mancanza di acqua: il municipio ne fornisce poca, e soltanto di notte. Per ovviare, chi se lo può permettere costruisce sostegni in cemento su cui appoggia una cisterna di varia capienza,  alla quale applica un impianto idraulico che porta l’acqua all’interno della casa. E quando termina? Con un po’ di buon senso si riempiono altre cisterne cui attingere in caso di bisogno, e si finisce per fare la doccia versandosene addosso una secchiata o due. Ovviamente è molto pericolosa da bere per noi “stranieri”, perché a causa delle carenti condizioni igieniche può provocare una diffusa forma di dissenteria chiamata amebìasi. Per dissetarsi si usa pertanto comprare decine e decine di bottiglie di acqua minerale, perché con il caldo si suda molto ed è necessario reintegrare i liquidi il più presto possibile. Per gli alimenti invece non vi sono grandi problemi, né dal punto di vista della quantità né della qualità.

 

Dopo la doccia e il giro nella struttura che ci ospita (veramente molto estesa), c’è il primo incontro con la gente locale e sono subito abbracci: inutile dire quanto ciò possa farci piacere! Il tempo è poco e la curiosità è tanta, perciò rimandiamo domande e risposte alle prossime occasioni. Ma intanto arriva l’ora di cena e poi subito a letto, organizzando il rituale che ci avrebbe accompagnato tutte le sere: disposizione del mosquiteiro intorno al letto, litri di Autan sul corpo, sul pigiama e sulle lenzuola, accensione del ventilatore e dello zampirone. La sveglia è per le 6.30 ma la luce e soprattutto gli assordanti “dialoghi” tra i galli ci svegliano molto prima. E sperimentare nuove tecniche di insonorizzazione non porta a grandi risultati… A colazione ci offrono sempre frutta (avocado, papaia, banana, arancia), caffè e pane con marmellata di goiaba o caju, per cominciare bene la giornata. Le attività durante il giorno sono sempre diverse: ci si occupa della casa, si porta avanti la costruzione di nuova cappella, si preparano giochi per i bambini, si sbrigano piccole commissioni in città. I momenti più belli sono quelli in cui si può osservare la quotidianità: le abitudini, il modo di camminare, i sorrisi. Tutto mi affascina e mi attira. Le donne, di una bellezza sconvolgente, esibiscono una femminilità unica, che gli atletici uomini non possono ignorare! Occhiate e espressioni di apprezzamento si sprecano…

 

E’onnipresente una forte atmosfera di serenità e di allegria, il pollice è puntato sempre verso l’alto. Difficile rimanerne esclusi, perché troppo coinvolgente. Non c’è invidia, piuttosto curiosità. E non esiste condizione di povertà oggettiva: per quanto poco denaro possa avere una persona, ve ne è un’altra che ne ha ancor meno! Scatta la solidarietà e la collaborazione, senza altri interessi. Stando insieme a queste persone si capisce quanto poco valgano i nostri simboli: i bei vestiti, la bella macchina, la bella casa. E se anche avessi indossato gioielli preziosi e abiti firmati sarebbe stata la stessa cosa. Nemmeno per un istante mi sono sentita fuori posto o a disagio. E’ l’”effetto bomba” del Brasile, ci si sente a casa, accolti e coccolati, e si finisce inevitabilmente per paragonare i nostri ritmi di vita ai loro. Ma non vi è errore più grande: non si possono confrontare due civiltà con un passato ed una prospettiva futura così differenti! Ed è probabilmente per questo che ne siamo così attratti… Il tempo passa sempre troppo veloce e gli impegni sono così tanti che arriva l’ora di pranzo senza accorgersene. Poi, subito a riposarsi, perché fino alle 14 non è possibile stare all’aperto senza prendersi una bella insolazione! Meglio su un’amaca, che è un poco più fresca. Tuttavia, per quanti tentativi si facciano per evitare il caldo, una doccia rigeneratrice è necessaria, e poi via dai bimbi!

 

Altro importante capitolo, l’infanzia. Ovunque rappresenta l’innocenza e la spontaneità, quindi anche qui sono i piccoli che esaltano tutte quelle qualità che tanto amiamo del Brasile! La prima volta che ci vedono ci studiano, soffermandosi su ogni particolare, ma basta un sorriso o un qualsiasi segno di disponibilità per dare il via ad ogni tipo di affettuosità, che ci lascia senza parole. Tutti i giorni ci portano regali: un disegno, un anello di plastica, un fiore, e tante frasi dolci. Appena possono, vengono ad abbracciarci e a sederci in braccio, fanno a gara per prenderci la mano e a tenerla stretta stretta. Durante i giochi chiedono la nostra partecipazione, e anche in questo caso disputano per averci nella loro squadra. Se ci scorgono per strada, corrono fuori di casa saltando i cancelli per venirci a salutare. Durante la messa siedono in prima fila per poterci sorridere, e corrono per sedersi di fianco a noi. Ridono, cantano, ballano, sfilano (!) per noi: ci sentiamo così importanti… E tutto, ovviamente, senza chiedere nulla, solo per il piacere di stare con noi. Non ho mai sentito un bambino lamentarsi per la propria condizione, e neppure piangere per ottenere qualcosa o per qualche ingiustizia: accettano la loro situazione, facendo sogni confusi sul futuro. Il concetto di famiglia da queste parti è piuttosto relativo: esistono le coppie di fatto, ma nella maggior parte dei casi il padre sparisce presto, lasciando la madre ad accudire la prole. Le donne partoriscono giovanissime: esistono mamme di 11/12 anni, ed altre che a 30 anni hanno già una decina di figli. E’ un modello molto differente dal nostro, e rappresenta tutto ciò che una donna può volere nella sua vita: solo così si sentono realizzate. Non esiste però alcuna forma di contraccezione (e non ne avrebbe motivo, considerato il significato della maternità); inoltre nel tempo libero non c’è molto da fare, e si finisce per optare per il migliore e più economico passatempo, quale è il sesso. La malizia circola già tra i più piccoli… Non è un caso che il popolo brasiliano abbia anche questa fama. Ci viene raccontato un aneddoto secondo il quale tempo addietro, durante una gita in piscina, una bambina si allontanò per un po’ con un camionista che le propose di giocare. Qualche tempo dopo si scoperse che era incinta. Tutto questo per loro è normale, come lo è non giudicare il comportamento e le scelte di una persona. Alla fine siamo diventati tutti una grande famiglia, ci si stringe insieme, non esistono più i colori della pelle e le condizioni di vita. E quelli dei bambini, saranno gli occhi che ricorderò più a lungo.

 

L’istruzione è buona, le scuole funzionano bene e sono quasi tutte pubbliche, per lo più di impronta religiosa. Gli edifici osservano tre turni: la mattina riservata ai più piccoli, il pomeriggio a quelli fino a 12 anni e la sera ai più grandi, fino a 16 anni. Per proseguire gli studi è necessario trasferirsi in città. Spesso gli adolescenti lavorano di giorno e studiano di sera. Esistono pochissimi istituti professionali che sarebbero invece necessari, soprattutto nel ramo dell’edilizia e dell’agricoltura. La sanità è a livelli minimi: esiste un ospedale, con soltanto un reparto pediatria. Il medico viene dalla città, ed è presente solo per alcune ore in determinati giorni. Non sono rare le morti per malori facilmente curabili e persino per parto. I posti letto sono pochi, così come pure le infermiere. Fortunatamente non abbiamo avuto necessità di particolari interventi… L’attività politica, e non è una novità, ha una logica basata sulla corruzione e sugli interessi privati. Spesso la gente è pagata per pubblicizzare una certa persona sui muri della propria casa. E dai politici, esattamente come da noi, sono fatte promesse che non vengono mantenute. Spesso gli eletti possiedono più case, nelle quali bei mobili e piscine non si contano. Qualcosa però sta cambiando. Cominciano a apparire progetti a sostegno delle famiglie più povere, e borse di studio per i loro figli. Il costo della vita è relativamente basso, ma ci sono beni, come la benzina, che in proporzione sono carissimi. E allora, tutti in bicicletta o a piedi, per chilometri e chilometri, sotto il sole cocente. Eppure alcuni elettrodomestici non mancano mai, come gli stereo e la televisione. La musica, si sa, è parte integrante della cultura brasiliana, e ad ogni momento della giornata possono sentirsi le note scandite del forró provenire da qualche casa. Tutti sanno ballare, e questo svago è talmente divertente che ogni sera è organizzata qualche festa, in una stanza con qualche sedia improvvisata a discobar. Che differenza con le nostre discoteche… La notte finisce, ci si deve alzare presto, seguendo una routine fatta di pollici alzati, dove va sempre “tudo bem”. E giorno dopo giorno arriva anche l’addio, straziante, ed il ritorno alla mia realtà. Ora sono qui, davanti al mio computer a scrivere di un’esperienza alla quale non voglio dare la parola fine. Così come senza fine sono anche i pensieri, i ricordi e le emozioni che ho provato a raccontare. Poche righe scritte, insieme a qualche foto. Tutto ciò che mi resta del “mio” Brasile.

 

Foto di Raffaella Capra