Il Biografo dell’Emozione

Intervista a Caio Fernando Abreu[1]

Traduzione, adattamento e note di Bruno Persico

 

[1] Pubblicata nel 1988 sul n. 19 di “Autores Gaúchos”, Instituto Estadual do Livro, Porto Alegre, RS

 

Nato sotto il segno della Vergine e l’influenza di Mercurio, il 12 settembre del 1948 a Santiago, nel profondo sud del Brasile al confine con l’Argentina, e scomparso nel 1996, Caio Fernando Abreu è uno dei più significativi scrittori brasiliani del secolo scorso. Con la timida arroganza di chi possiede i segreti dell’emozione ed è convinto che l’inconscio è Dio, in questa intervista rilasciata alla Prof.ssa Vera Aguiar, allo scrittore Charles Kieffer e al giornalista Roberto Antunes Fleck, Caio parla della genesi della sua letteratura, dell’influenza della musica sui suoi testi e di cosa significhi essere scrittore in un paese come il Brasile.  

 

 

Charles Kieffer - Qual è il legame tra l’astrologia e il tuo libro Triângulo das Águas[1]?

 

Caio F. Abreu – Era mia intenzione scrivere tre racconti sull’elemento acqua. In astrologia, l’acqua, che si oppone a fuoco, terra e aria, è l’archetipo dell’emozione. Comprende i segni dei Pesci, Scorpione e Cancro. Nel primo racconto, “Dodecaedro”, corrispondente al segno dei Pesci, ci sono dodici personaggi che interagiscono tra loro. E’ il segno del karma, della fine del ciclo, dove tutto ha termine. Il secondo racconto, “O marinheiro”, si riferisce al segno dello Scorpione. La frase conclusiva è la sintesi di tutta la simbologia di questo segno: “Allora, con le mani vuote, finalmente inizio a navigare”. L’ultima storia, “Pela Noite”, è il segno del Cancro, il più affettuoso dei segni, il segno della madre, dell’affetto e della protezione: “Provarono l’uno dell’altro, nel grembo del mattino. E videro che era cosa buona”. La struttura del libro è razionalmente astrologica. E’ mio proposito continuare con un triangolo del fuoco, della terra e dell’aria[2].

 

            Vera Aguiar – Tu sottolinei l’esistenza di una simile struttura anche tra i racconti di Os  Dragões não Conhecem o Paraíso, e ciò rende possibile varie modalità di lettura. Non sarà forse il tentativo di trasformare un genere letterario, o addirittura di crearne uno nuovo?

 

            Caio  – Forse, ma ciò dipende anche da un problema di ordine pratico, cioè la mancanza di tempo. Secondo me lo scrittore brasiliano è uno scrittore che opera nei fine settimana, nelle ore libere, nei giorni di festa.

 

            Vera – Del resto, come riesci a conciliare la tua professione di giornalista, così dinamica e agitata, con i momenti di riflessione necessari ad uno scrittore? Chiunque si accorge che i tuoi scritti non sono occasionali e casuali, ma sono testi pensati, molto vissuti e sofferti. Ci sono anche grandi intervalli temporali tra un romanzo e l’altro.

 

           Caio – E non sono intervalli dettati da mie scelte ben precise. Quando scrissi Limite Branco, nel 1967, avevo 18 anni ed ero ancora mantenuto dai miei, che abitavano in un paesino dell’interno, mentre io mi ero trasferito a Porto Alegre. Studiavo di giorno, e la sera scrivevo. Ma nel ’68 decisi di andare a vivere a São Paulo. Lavoravo come un pazzo, e tutto andò frammentandosi. E’ difficile, ma non mi sponsorizza nessuno, devo lavorare per vivere. Non ho tempo per studiare, pensare, a volte neanche per scrivere.

 

            Charles – Anche il fatto che ne Os  Dragões não Conhecem o Paraíso ci sono 13 racconti è intenzionale?

 

           Caio – Sì, è un libro sulla morte. All’inizio c’è una lunga dedica a persone amiche che sono morte negli ultimi 4 o 5 anni, a partire da Ana Cristina, che si è suicidata nell’83. 13 è il numero della morte, è la carta della morte nei Tarocchi. Morte non come fine, ma come nuovo inizio. Il libro termina con il simbolo Ch’ien, l’ideogramma cinese che indica l’origine di ogni cosa.

 

            Charles – Mi sembra che questo tuo libro,  Os  Dragões,   rappresenti un ritorno dei personaggi al grembo materno. Mi sembra anche importante questa dualità nel dedicare il libro ai morti e nel contempo alla vita, nonostante tutto. Come vedi questo ritorno alle origini?

 

            Caio – “Alla vita, nonostante tutto”, è una frase che appare nell’epigrafe di Adélia Prado: “La vita è così bella, /basta un bacio /per mettere in moto il delicato ingranaggio, /una cosmica necessità ci protegge.” In alcuni dei miei racconti appare una città immaginaria che io chiamo il Passo da Guanxuma, anch’esso un simbolo del ritorno alle origini, di una riorganizzazione per me molto importante, visto che ora mi trovo alla curva dei 40 anni. E penso che questo sia il momento in cui ci si debba non solo proiettarsi verso il futuro, ma anche recuperare il proprio passato. Si inizia a capire che il legame con le proprie origini è più forte di quanto si immaginava. Ci sono momenti in cui mi accorgo di avere gesti o usare parole che erano di mio nonno o di mio padre. E’ una questione genetica. Ed è curioso che questo libro, Os  Dragões, a volte mi sembra avere un che di gaúcho. (...)

 

            Vera – Pur con questo ritorno alle origini, continui ad essere fedele ai temi esistenziali. Come ti vedi allora in relazione alla tradizione letteraria del Rio Grande do Sul, che è fondamentalmente regionalista e sociale?

 

            Caio – Non ho niente in comune con questa letteratura.

 

            Vera – Non c’è stato nessun autore della tua regione che ti ha influenzato?

 

            Caio – Érico Veríssimo, la mia grande passione. Tra i più significativi scrittori del Rio Grande do Sul, credo che sia il più grande. Lo preferisco anche a Guimarães Rosa. Ma anche Érico, con il suo O Tempo e o Vento, non è regionalista, ma universale, mitico.

 

            Roberto Antunes Fleck – E tu ti preoccupi di essere universale?

 

            Caio – No, non ho questa pretesa.

 

            Roberto – Ti viene spontaneo esserlo.

 

            Caio – Forse sì. Ma mi chiedo se io lo sia veramente. Volevo solo dire che è una qualità che ammiro in Érico, il quale, parlando di un albero, riusciva a parlare della foresta intera. Altri scrittori con i quali provo un sentimento di intimità e famigliarità sono Lya Luft e João Gilberto Noll.

 

           Charles – E in che misura ti ha marcato la passione per Clarice Lispector [3]? Ci sono alcuni aspetti che avvicinano i tuoi testi a quelli di Clarice, come il modo di guardare al mondo.

 

            Caio – Sai che mi sono imposto di non leggere Clarice? In effetti ne ho subito molto l’influsso, ma credo di aver subito maggiormente l’influenza di Drummond [4], per la sua visione del mondo così priva di speranza. A volte credo di essere stato più influenzato dalla poesia che dalla prosa.

 

            Roberto – Quando scrivi, lo fai in maniera intuitiva?

 

            Caio – Porto sempre con me alcuni quaderni di appunti sui quali trascrivo i miei sogni e alcune frasi che considero “magnetiche”. Il racconto “Sem Ana, blues” della raccolta Os  Dragões inizia con questa frase: quando lei mi lasciò e dopo che mi ebbe lasciato. Una frase che mi perseguitò per alcuni  mesi. Un giorno mi sedetti alla macchina da scrivere e la scrissi. D’improvviso avevo già una storia, sapevo che si trattava di Anna e sapevo chi era l’uomo che aveva lasciato. Il mio subconscio non fa che magnetizzare cose che appartengono al quotidiano, cose che le persone magicamente ti dicono. E ciò poco alla volta forma un tutto che finisce per trasformarsi in una storia completa. Ma avviene in modo del tutto intuitivo.

 

            Roberto – Senza un progetto preciso? Proprio niente?

 

            Caio – Quando inizio a scrivere è tutto molto intuitivo. Poi viene il lavoro di lima. Os  Dragões, ad esempio, l’ho riscritto sei o sette volte, ma decisi di affrontare l’opera solo dopo che ero sicuro di avere pieno controllo sulla magia del testo.

 

            Vera – E’ una riscrittura più formale? I tuoi testi sono molto 

imaginifici e melodiosi. Mi ha colpito quanto hai detto sulla poesia: la tua prosa è in effetti molto poetica.

 

            Caio – Il mio lavoro sul testo avviene leggendo ad alta voce, registrandomi, scandendo il ritmo e le cadenze. Ma non so esattamente quando il tutto, o una frase, acquista rotondità.

 

            Roberto – Cos’è una frase “rotonda”?

 

            Caio – Rotonda? Sonora, ritmica, musicale, magica.

 

            Roberto – Quando scrivi cerci di essere fedele alla realtà?

 

            Caio – A quale realtà?

 

            Roberto – Alla tua, a quella che ti circonda.

 

            Caio – Sono più di dieci anni che faccio psicanalisi, e non sono ancora riuscito a capire quale sia la mia realtà. C’è una realtà mentale, una realtà sociale, una realtà che è la somma di diverse realtà. Non so. La realtà è come una cipolla con infiniti strati di buccia. Forse ogni cosa che vedo non è altro che una enorme distorsione delle mie emozioni. Credo sia difficile definire ciò che è reale.

 

            Vera – Eppure tu ti scontri spesso con una realtà sociale. Hai avuto anche problemi con la censura. Come hai convissuto con questo aspetto, in particolare negli anni 70? Alcuni racconti del tuo libro O Ovo Apunhalado  sono stati tagliati.

 

            Caio – Tre racconti. Proibiti, tagliati, non so. Niente di ciò che è umano mi spaventa. Non dovrebbe spaventare nessuno. Questa censura è una cosa che non ho mai capito, perché certe cose si possano dire e altre no. L’altro giorno il mio analista mi ha detto una cosa molto saggia. Era uscita una critica negativa su Os  Dragões nella Folha de São Paulo, ed io arrivai nel suo studio abbattuto, e incominciai a chiedermi a cosa servisse scrivere racconti in questo Paese in cui tanta gente muore di fame. Allora lui mi rispose così: “Gli scrittori, i poeti, sono i biografi dell’emozione. Se nel 2010 qualcuno vorrà conoscere come sentivano i suoi simili negli anni 80, non andrà di certo a leggere la Veja, O Estado de São Paulo, O Jornal do Brasil. Leggerà un libro, una poesia. Devi essere consapevole che la tua funzione sociale è questa, scrivere la biografia dell’universo emozionale.” In quel momento qualcosa in me fece click, e ritornai a sentirmi utile a qualcosa.

 

            Roberto – Ci sono altri momenti in cui ti senti inutile nel  tuo mestiere di scrittore?

 

            Caio – Sì.

 

            Roberto – E a cosa è dovuto? Forse al fatto che non riesci a cambiare le persone, la realtà?

 

           Caio C’è anche quest’altra cosa che ha a che fare con il Brasile, col fatto di essere un paese del Terzo Mondo, dove siamo un’élite tanto ridotta che è come se fossimo solo in 30: uno che scrive, l’altro che compone, e i restanti 29 che leggono quello che ha scritto l’uno e assistono allo spettacolo di quell’altro. Siamo sempre gli stessi a fare l’una e l’altra cosa. E’ questo aspetto tipico del Brasile che ti dà un senso di impotenza totale. Quando vado in autobus e ho intorno a me tutta quella gente che viene dal Nordest, quelle vite inaridite sull’asfalto, mi dico Dio mio, che legame ho io con questa realtà, cosa posso fare per cambiarla? E allora mi accorgo che non sto facendo niente. Che sto scrivendo cose che non cambieranno di certo il sociale. Ed è una sensazione fatale, parlare di anima a chi non ha nemmeno i soldi per comprarsi il pane.

 

            Vera – Da un lato tu registri la tua reazione e con essa la reazione del brasiliano medio di fronte alla realtà di un’intera generazione. Dall’altro c’è una passione che provoca disincontri e solitudine.

          

  Caio – Un’espressione che si affaccia alla mia mente con insistenza è alla deriva. Forse a causa di un racconto di Horácio Quiroga, la storia di un uomo morso da un serpente velenoso, che in preda al delirio sale su una barca e si lascia trasportare dalla corrente del fiume. Il racconto è semplicemente il delirio di un uomo avvelenato. E’ questa l’immagine che ho della condizione umana di fine secolo, interamente inquinata per i cibi inquinati che assumiamo, l’emozione avvelenata e il nostro sangue in balia di tutti i virus. Siamo noi ad essere alla deriva in un fiume pieno di rapide, in quella natura selvaggia, tropicale, impazzita, senza sapere dove stiamo andando. Ed io ho molta paura, una fobia collettiva. In questi ed in altri momenti mi metto a pensare a Dio. Os  Dragões  racchiude in sé una sete, un enorme bisogno di Dio. La fede è un qualcosa che ho cercato a lungo.

           

Roberto – Molti intellettuali si limitano a negare la religione. Tu sei un intellettuale alla ricerca di Dio, in cammino verso la fede. Come lo spieghi?

           

Caio – Innanzitutto non mi considero un intellettuale, non ho mai pensato d’esserlo. Sono molto ignorante, sono molte le cose che non ho letto. Marx, ad esempio. Ho letto Kant quando pensavo che non potevo fare a meno di conoscere La Critica della Ragion Pura. Una noia mortale. Non sono il tipo che si sente in dovere di leggere questo e quello, di pensare questo e quello. Mi considero un “barthesiano”, sono più per leggere le cose che mi procurano piacere, per il cinema e la musica. Un intellettuale è colui che compie sforzi mentali, che ha una disciplina mentale.

 

            Roberto – Non ho mai provato simpatia nei tuoi confronti, Caio. Mi sei sempre sembrato un tipo pedante. Ma ora, questo contatto, questa opportunità, sta cambiando l’immagine che avevo di te.

 

            Caio – Tu fai il giornalista. Provocare l’intervistato fa parte della tecnica giornalistica. Ma io sono un timido. Ciò che appare come arroganza è in fondo timidezza.

 

            Vera -  Dicevi della tua ricerca di Dio, che è una ricerca intuitiva. Ma non sarà forse anche una ricerca in seno alle filosofie orientali?

 

            Caio – Molte cose si fondono in un modo così inspiegabile che è ciò che io chiamo “Dio”. Faccio un esempio: quando stavo scrivendo il primo racconto della trilogia Triângulo das Águas, quello corrispondente al segno dei Pesci, mi bloccai al personaggio che si chiama Pedro e rappresenta il segno del Sagittario. Allora presi dallo scaffale un libro a caso, era García Lorca, un poema sulla costellazione del Sagittario, il “Poema de la saeta”. Incorporai il poema al racconto, e riuscii a proseguire il testo. Questa sincronia di cui Jung tanto parlava, è ciò che io chiamo Dio. E Dio è questo: come tanti tasselli che si ricompongono in modo del tutto inesplicabile.

 

            Charles – Ma non c’è anche un po’ del tuo inconscio in tutto questo?

 

            Caio – Ovvio, l’inconscio è Dio e sa tutto.

 

            Charles – Hai parlato di incorporamento della poesia nel testo. Ma in tutti i tuoi scritti tu ricorri a testi o a titoli di musiche. Dell’influenza della musica sulla fluidità del testo hai parlato in precedenza. Io a volte ho l’impressione che tu metta un disco e scriva direttamente su quella musica. E’ così che fai?

 

            Caio – Proprio così. Nel periodo in cui stavo scrivendo Triângulo das Águas prendevo lezioni di danza. Il racconto “Pela Noite” inizia così: “Come questa musica, proprio come questa musica”. La musica a cui mi riferisco è un tema di Piazzola sul quale avevo fatto alcune improvvisazioni. Era mia intenzione scrivere un testo che avesse tutti quei movimenti di

contrazione e espansione. Lavorai sull’intero testo mentre ascoltavo questa musica, curando la respirazione e le cadenze. Non so se ci sono riuscito, ma tutto è nato da una musica.

 

            Charles – Noto anche molta influenza del blues americano. Ascoltavi già musica americana nella tua città natale, a Santiago?

 

            Caio – Quando ero bambino vivevo praticamente incollato alla radio. Ascoltavo molta bossa nova, Glenn Miller, molto Ray Conniff e Billy Vaughan. Arrivavano anche alcuni stralci di jazz, ma riuscii a collegare tutto dentro di me solo quando vidi Billy Vaughan per la prima volta, a Stoccolma. Fu allora che scoprii che esisteva il blues. Che è molto presente nei miei racconti. Ne Os  Dragões c’è il racconto “Sem Ana, blues”, e “Il ragazzo più triste del mondo” [5], dove il narratore della storia si trova accanto ad un juke-box; mentre i personaggi conversano, lui sceglie musiche che danno vita ad una colonna sonora  di soli blues.

 

            Vera – Questo processo creativo si accentuerà sempre di più nella tua produzione. O Ovo Apunhalado ha ad esempio una forma più tradizionale delle altre raccolte. Man mano che il tuo lavoro evolve, vai inserendo citazioni, parti di poesie o di testi musicali nel tuo testo.

 

            Caio – Il racconto “Miele e girasoli” [6] è tutto composto di cliché. Volevo scriverlo come se fosse una storia per una rivista femminile, ma farlo in modo critico. E contiene tutti i cliché possibili. Il post-moderno è esattamente questo: il riciclaggio di tutta la spazzatura culturale. Se tutto è già stato fatto, scritto e detto, allora lo si può riprendere in modo critico come se tutto fosse nuovo. Chi, leggendolo, lo prendesse sul serio, direbbe che sono uno scrittore ridicolo. Ma io affronto con consapevolezza il ridicolo, la parodia, il cliché.

 

            Roberto – Cos’è per te l’essere umano?

 

            Caio – In linea con quanto ho appena detto, ultimamente mi sono chiesto se non ci stiamo trasformando in simulacri di ciò che sarebbe un essere umano: gli umani si siedono così, incrociano le gambe, il tutto condito da una buona dose di schizofrenia. Credo che il vero essere umano stia andando alla deriva, come ho detto prima. Non sappiamo più se stia facendo il verso alla protagonista di “Miele e Girasoli” nel momento in cui volteggia come fosse Doris Day, o se stia imitando ciò che ha visto al cinema o alla telenovela delle 8 di sera. Noi tutti incorporiamo e ripetiamo. Mi hai chiesto cos’è l’essere umano. In un’epoca di inquinamento, di fuliggine culturale ormai incrostata sulla nostra pelle, non so più cosa sia.

 

            Roberto – Caio, riscopri in te la preoccupazione di “umanizzarti”?

 

            Caio – Costantemente, tanto che credo stia diventando una malattia. Ci sono giorni in cui lavoro fino alle 6, poi prendo un autobus e mi mischio a quella massa di nordestini sofferenti che vivono a São Paulo. Quando entro in casa, mi lascio cadere sul divano con le lacrime agli occhi. Provo pena per il mio Paese, per me stesso, per tutto. Forse è solo un modo per non perdere la mia umanità. Ma non so se il pianto non sia piuttosto un modo per convincermi di quanto io sia benevolo, comprensivo e nobile.

 

            Roberto – Il contatto con il popolo del Nordest non ti fa sorgere l’ispirazione per un libro?

 

            Caio – No, non amo il Nordest. Il Brasile nel quale mi riconosco finisce a nord di São Paulo. A Rio mi sento già come alle Hawai. E’ tutta un’altra cosa.

 

            Roberto – Ma questa realtà non ti tocca da vicino?

 

            Caio – Le mie origini sono al sud, nella terra di confine con l’Argentina. Nella mia città natale non ci sono analfabeti, e neanche quelle cose che hanno a che veder con palme e  rumba, tipiche di un paese schizofrenico e diviso. Sento di non aver niente in comune con il Pernambuco o l’Amazzonia. Mi sento più vicino all’Argentina. Non riesco a far niente per qualcuno che sento distante, è una cosa tanto remota come fare qualcosa per lo Zaire.

 

            Roberto – Vuoi dire che il nordestino ti tocca da un punto di vista emozionale ma non letterario.

 

            Caio – Non proprio, solo quando leggo A Hora da Estrela di Clarice Lispector. Il personaggio di Macabéia è il Brasile. O meglio, la coppia Macunaíma e Macabéia sono due archetipi di brasiliani molto ben delineati. Ma la mia direzione è un’altra. E’ quella del viaggiatore di Horácio Quiroga avvelenato dal cobra. (…)

 

            Roberto – Che effetto ti fa essere oggetto di studio per un fascicolo sugli autori gaúchos?

 

            Caio – Non ha la minima importanza. Tutto ciò che ho scritto fino ad oggi non è altro che il tentativo di incominciare a scrivere, per giungere ad un qualcosa che potrebbe essere letteratura. Penso spesso a Hilda Hist, una scrittrice notevole che ha pubblicato oltre 20 libri, ma che nessuno conosce. Hilda, partendo da una frase di Gorge Bataille, “ora, finalmente, mi sento libero di fallire”, decise di non scrivere niente di serio. Si mise a scrivere sconcezze, pornografia pesante, a dissacrare la letteratura. Non so se sono arrivato a questo punto, o se mai ci arriverò. Ho la sensazione che tutto quanto ho scritto e pubblicato finora sia solo il timido tentativo di produrre un qualcosa di simile a O Tempo e o Vento, di Érico Veríssimo, I Buddenbrook, di Thomas Mann, che adoro, oppure Orlando, di Virginia Woolf. Sono pienamente consapevole della mia condizione di autore minore, della mia frammentazione.

 

            Roberto – Hai detto che stai imparando a scrivere per arrivare ad una tua letteratura. Quale sarebbe questa letteratura? Dove vorresti arrivare?

 

            Caio – Come dicevo, mi sento molto vicino a João Gilberto Noll e Lya Luft. Forse, l’autore che più apprezzo nel panorama contemporaneo è Dalton Trevisan. Mi sembra perfetto. E penso che se non avessi letto Érico Veríssimo, ora non scriverei quello che scrivo.

 

            Vera – Ma la tua prosa non ha niente a che vedere con la sua

 

            Caio – E’ una questione di gusti e non di influenza. Ma tornando alla domanda di Roberto. Clarice, ad esempio, si muove al di fuori di ogni genere letterario, la sua non è né prosa, né poesia, né fiction. Ha compiuto un viaggio in ciò che la ispirava. In quanto a me, ti posso dire che “Miele e Girasoli” è la prima storia felice che abbia scritto in vita mia.

 

            Charles – E per giunta servendoti di cliché! Vuoi dire che per te la felicità è un ammasso di cliché?

 

            Caio – Forse. Mi piacerebbe arrivare ad un tipo di letteratura che fosse come un raggio di sole, una cosa chiara e luminosa. Non deve essere per forza felice, ma deve provocare la stessa sensazione che provo quando leggo Marguerite Duras, dove la frase non può essere modificata in alcun modo, non c’è una virgola fuori posto o un aggettivo in più. E’ ciò che per me significa un testo altamente puro.

 

            Vera – Per te quindi la forma viene prima del contenuto?

 

            Caio – No, vengono sempre insieme. Ogni storia viene sempre con una forma. Non riesco a scrivere niente se non ho una prima frase. E questa frase, dopo una riscrittura, può anche scomparire, ma all’inizio apporta l’atmosfera, lo spirito, la musica. Molti dicono che mi sto muovendo verso il vuoto, che ciò sul quale sto scrivendo si avvicina sempre di più al nulla. Magari! Ho riletto Beckett: se mi stessi dirigendo verso lo stesso tipo di vuoto, sarebbe il massimo.

 

            Charles – Quando ti riferisci ai critici, parli dei media o delle accademie?

 

            Caio – Di tutti e due. E sto fuori da entrambe. Dopo sette libri pubblicati, con Morangos Mofados alla nona edizione, continuo a restarne fuori. La cosa mi sembra un po’ strana. No, non è paranoia. La letteratura brasiliana è fatta di telefonate interessate, di biglietti da visita ecc., ma io non ho pazienza per queste cose. Ed è curioso che in qualsiasi panoramica sugli autori brasiliani contemporanei io venga sempre ignorato. Sento di muovermi sempre al di fuori di. La critica non riesce ad assorbire il tipo di cose che scrivo, ad eccezione di Heloisa Buarque de Hollanda e Flora Suesskind.

 

            Roberto – Mi colpisce il fatto che quando ti viene tributato un omaggio come uno dei più significativi scrittori del Rio Grande do Sul, con un fascicolo sulla tua vita e sulla tua opera, tu reagisci dicendo che la cosa non ha molta importanza. Ma allo stesso tempo ti lamenti del fatto che i critici e i giornalisti non ti danno il meritato spazio. E’ una contraddizione che non riesco a capire.

 

            Caio – Mi irrita non riuscire ad avere una visione oggettiva di ciò che scrivo. Mi sento confuso dal fatto che da un lato mi si dedichi un fascicolo monografico, e dall’altro la Folha de São Paulo decida che il mio libro vale poco. Anche questa è una contraddizione che non riesco a capire. Quando fu pubblicato Triângulo das Águas uscirono contemporaneamente due recensioni: quella della Veja stroncava, quella di IstoÉ osannava. Io allora mi chiesi: ma che razza di libro ho scritto? Dentro di me non riuscivo a conciliare le due cose.

 

            Vera – E nell’ambito dell’astrologia, hai già qualche progetto definito?

 

            Caio – Un romanzo, per ora abbozzato solo nella mia mente, che vorrei intitolare 360 Graus. Sono i gradi dello zodiaco, ed ogni capitolo del romanzo verrà diviso in 30 gradi, dagli zero  ai 360 gradi della congiunzione, passando dagli angoli di 30, 60 e 90 gradi. E’ la storia della relazione tra due personaggi nel loro transito in tutti questi angoli. Purtroppo è un’idea che non ho tempo di approfondire. Le idee muoiono, e ciò è molto triste.

 

            Vera – Ma restano annotate nei tuoi quaderni…

            Caio – Come tanti frammenti.

 

            Vera – Tu che ti occupi molto di astrologia, come vedi la questione del libero arbitrio, se è vero che siamo tutti predestinati?

 

            Caio – Emy de Mascheville era solita dire che “gli astri pongono, ma sei tu a disporre”. Le condizioni sono poste, ma chi poi le manipola sei tu.

 

            Vera – Allora  è possibile modificare ciò che già è previsto?

 

            Caio – Ti faccio un esempio: se ti trovi nella quadratura Nettuno/Mercurio, avrai difficoltà a verbalizzare in modo chiaro le idee, non riuscirai ad usare la parola in modo appropriato. Se quindi ti metti a scrivere qualcosa in un periodo di simile quadratura, ti riuscirà difficile. Se però sai cosa sta accadendo, aspetterai un’epoca più propizia. E’ quanto scrisse Doris Lessing, secondo me l’assioma astrologico più perfetto che conosca: “Siamo tutti creature delle stelle e della loro energia. Loro ci plasmano, e noi le plasmiamo. Siamo parte di una coreografia dalla quale non possiamo in alcun modo pensare di separarci”.


[1] Tutti i titoli delle opere di Abreu citati nell’intervista sono stati mantenuti in lingua originale, ad eccezione dei titoli dei racconti già tradotti e pubblicati in italiano

[2] Progetto che l’autore non riuscirà mai a realizzare

[3] Clarice Lispector è pubblicata in Italia da Feltrinelli, Adelfi, Zanzibar

[4] Carlos Drummond de Andrade (1902-1987), esponente del modernismo, è considerato uno dei maggiori poeti brasiliani contemporanei

[5] Pubblicato in Italia nella raccolta “Molto lontano da Marienbad”, Ediz. Zanzibar, Milano 1995

[6] cfr. nota 5

 

 

 

Bruno Persico (Crema, classe 1961; mailto:tor2826@iperbole.bologna.it) ha fatto dello studio delle lingue e delle culture straniere il suo principale passatempo. Laureato in Inglese e Tedesco, approda sulle sponde atlantiche di Portogallo e Brasile grazie alla straordinaria tradizione musicale di questi due popoli, di cui si innamora perdutamente. Legge alcuni racconti di Abreu sull’aereo che lo riporta a casa dal primo viaggio in Brasile e ne rimane folgorato. La sua innata caparbietà, ma forse anche lo zampino di qualche Orixá, cospirano affinché gli venga affidata la traduzione della raccolta di racconti di Abreu “Molto lontano da Marienbad”. Resosi in seguito conto del carattere straordinario e universale di certi scrittori brasiliani, ha giurato di non darsi pace finché non li vedrà pubblicati anche in Italia. Nel frattempo, però, traduce anche altre cose e tiene corsi di Traduzione dal Tedesco all’Università di Bologna, città in cui ha scelto di vivere.