I concerti dell'estate 2003

 

a cura di 

 

Antonio Forni

Maurizio Mazzacane

 

 

 

 

 

 

PARADA VIVA BRASIL E NEGUINHO DA BEIJA FLOR

OLODUM

DJ DOLORES E ORCHESTRA SANTA MASSA

CELSO FONSECA

GILBERTO GIL, MARIA BETHANIA E CAETANO VELOSO

 CARLINHOS BROWN

MARIANA DE MORAES

TERRA SAMBA

CHICO CESAR

 

 

Parata Viva Brasil e Neguinho da Beija-Flor - Festival Latinoamericando 

Milano, giovedì 19 giugno – E’ la serata inaugurale del Festival “Latinoamericando” di Assago. Dopo la festosa parata che si snoda per le vie del centro di Milano, le cinque scuole di samba italiane partecipanti fanno il loro ingresso nel piazzale del FilaForum, passando tra bancarelle e stand gastronomici, accolte dal pubblico e dalle ormai tradizionali zanzare-vampiro che hanno eletto questa zona meridionale della metropoli lombarda a propria esclusiva riserva di caccia (di umani). I fragorosi suoni dei surdo e dei pandeiro dei sambisti di casa nostra si intrecciano e si sovrappongono; se chiudiamo gli occhi, la tangenziale ovest diventa la passarela del sambodromo carioca o il circuito dei bloco di Salvador. E’ bello vedere tanto entusiasmo e tanto amore per questa musica e questa terra. C’è gente che si è fatta ore ed ore di pullman per venire a suonare e gridare la propria gioia e passione per il Brasile. Esauritisi gli ultimi poderosi rulli di tamburo, sul palco sale Neguinho, il celebre puxador (cantante) della scuola di samba Beija-flor di Nilópolis. Ovviamente, apre con il tradizionale grido “Olha a Beija-flor aí, gente!”,  e la sua voce, storica ma oggi non stentorea, passa in rassegna samba tradizionali e successi suoi ed altrui, quali “Ex-amor”, “Malandro também chora” e “Canta, canta, minha gente”. Accenna anche i ritornelli degli inni delle più famose squadre di calcio brasiliane, chiamando a raccolta le rappresentanze delle tifoserie presenti, con particolare enfasi per quella del suo cuore, la torcida del Flamengo. Lo troviamo meno “impressionante” di come ci era sembrato pochi mesi fa in televisione quando, gigante appollaiato sul suo pulpito (potenza della suggestione), conduceva Beija-Flor alla vittoria nel grupo especial 2003. Come un comandante sul ponte della nave, tre metri sopra la bateria e la comissão de frente, cantava l’ enredo (il samba scelto dalla scuola) “Saco vazio não para em pé” (Sacco vuoto non sta in piedi). Qui, dopo le prime difficoltà, con esperienza detta la strofa e lascia che sia il pubblico a cantare in coro, ottenendo l’effetto di coinvolgere tutti e risparmiare le proprie delicate corde vocali. Dopotutto, tra poche settimane si ricomincia con le selezioni del tema musicale per il 2004! La gente sta al gioco e si diverte. Per una breve batucada collettiva ritornano gli alfieri delle scuole italiane, tra cui riconosciamo il bravo e simpatico Kal dos Santos che, con la sua Mitoka Samba, milanese, gioca in casa, e Alessandro “Benny” del Berimbau di Trieste. La conclusione, affidata ad uno sparuto corpo di ballo che coreografa basi registrate in puro stile “Oba Oba” (ma senza, purtroppo, le bellezze femminili di quello show), non è indimenticabile. Si va dal pagode all’axé e perfino alla musica di rodeo, per un finale molto “turistico”. Tutto sommato, un primo assaggio piacevole per un festival che, quest’anno, ha concentrato quasi tutte le proposte brasiliane dopo la metà del proprio calendario.

(Antonio Forni)

Olodum – Festival Latinoamericando 

Milano domenica 22 giugno – Al Festival “Latinoamericando” di Milano, da Salvador, arriva Olodum, in formato “esportazione”, cioè a ranghi leggermente ridotti. Non siamo di fronte alle adunate dei loro ensaios casalinghi, i concerti domenicali presso il Terreiro de Jesus, nel cuore del Pelourinho, dove c’è quasi più gente con gli strumenti in mano che semplicemente ad ascoltare e ballare, ma la qualità è la stessa. Si producono in vere e proprie acrobazie, non solo musicali ma anche atletiche, levando in alto i tamburi, lanciandosi i bastoni ed esibendosi in aggraziate mosse di capoeira. Olodum nel 2004 festeggerà 25 anni di attività passati a divulgare il proprio tipico sound, nel frattempo evolutosi. Sound che non ha più la ruvida ed ancestrale percussività di “Egito” (1987) e non è più, nemmeno, il convincente samba reggae di “Roma negra” (1996). Con il tempo si è raffinato (sforzo non sempre apprezzabile, in particolare se va a scapito della spontaneità) e un po’ commercializzato (cosa non negativa a priori, se serve a diffondere un messaggio positivo, come il loro), scivolando, in alcuni momenti, ai confini dell’axé, lo stile più ballabile e disimpegnato della musica baiana. Il movimento Olodum è, anche, una sorta di ente perfettamente strutturato, che comprende scuole di musica, danza e teatro, un gruppo che organizza il carnevale e i concerti, nonché un dipartimento che si occupa della vendita del loro merchandising, il cui ricavato viene destinato, in parte, ad iniziative benefiche. A rotazione, i cantanti “ufficiali”, Tonho Matéria, Lucas, Germano e Valdinei si alternano al microfono, garantendo una “spinta” sonora costante. Offrono la parte più recente del loro repertorio, in particolare l’ ultimo disco, “Pela vida”, il primo interamente originale degli ultimi anni e che contiene, oltre alla canzone che dà il titolo, qui eseguita, anche l’inno nazionale, da loro liberamente interpretato. In Brasile, veniva trasmesso in anteprima alle dirette televisive delle partite della seleçao durante la Copa 2002 e (visto l’esito finale) ne divenne il portafortuna! Il pubblico balla su questa successione di brani di facile presa, che oggi toglie Olodum dalla compagnia di Ilê Ayê, forse l’ unico collettivo ancora genuinamente e baianamente mistico, e lo pone sulla stessa frequenza di Ara Ketu e Timbalada. “Boiada Olodum”, “Olodum pra balançar”, “Acima do sol” sono alcune delle proposte. “No woman no cry”, nella traduzione portoghese lanciata da Gilberto Gil, suscita un giusto e prevedibile consenso. Regalano, poi, la loro versione di “Já sei namorar” dei Tribalistas, il successo dell’ estate, quindi scendono tra il pubblico, soffiando sul fuoco dell’entusiasmo. Uno show di grande intensità e, senza dubbio, coinvolgente. Non è facile, a volte, estrapolare un certo tipo di spettacolo dal contesto culturale nel quale e per il quale è stato concepito; la banda Olodum, al contrario, ci riesce e lo fa ammiccando un po’ al mercato. Ma trasmettendo, comunque, le forti emozioni di Bahia.

(Antonio Forni)

DJ Dolores e Orchestra Santa Massa - Festival Latinoamericando

Milano, domenica 13 luglio – La città comincia a svuotarsi, perlomeno nei fine settimana, e si vede. Sono infatti poche centinaia i visitatori odierni del Festival “Latinoamericando” e, tra questi, solo alcune decine sentono il richiamo del palco, dove si esibisce Dj Dolores con l’orchestra Santa Massa. Peccato, perché di questa compagine di Recife tutto si può dire tranne che non abbia un suono “progressivo” ed interessante. Il leader Hélder Aragão, auto-definitosi “ex-punk”, in arte Dolores, dalla consolle spara beats ipnotici secondo le ultime tendenze elettroniche brasiliane, fatte di trip-hop e drum ‘n’ bass. La novità è che, su questa base, la band innesta sonorità provenienti direttamente dalla tradizione del maracatu, del baião e del repente. In particolare, quest’ ultimo, una sorta di rap primordiale, qui dettato dalla voce di Maciel Salustiano, che si accompagna percuotendo le corde della rabeca, un violino impugnato in maniera non convenzionale e suonato con grande virtuosismo. Al suo fianco, la vocalista Isaar França sottolinea i momenti di maggiore pathos con un canto fatto di note alte e, a volte, stridule, anch’esso in puro stile nordestino. Brevi strofe che parlano della vita agreste del sertão, di dolori, amori e buoi al pascolo. Fábio Trummer, voce e chitarra elettrica, coordina il tutto, mentre Mr Jam, batteria, si fa carico della parte percussiva acustica. L’ultima fatica del gruppo è l’album “Contraditório” e di questo quarto loro lavoro propongono quasi tutte le tracce, tra cui convincono “Adorela”, “Santa Massa chegou” e l’intensa “Sentado na beira do rio”. Dolores guida questa seconda generazione del mangue beat, ma già vanta collaborazioni, musicali e non, con i padri del genere, avendo firmato come regista alcuni video di Chico Science, talento precocemente scomparso, Nação Zumbi e Mestre Ambrósio, e disegnato le copertine dei loro primi dischi. Il concerto ne è testimonianza, infatti al grande Chico è dedicato l’ omaggio “A cidade”, proposto in versione più rilassata e “reggaeggiante” ma meno genialmente nevrotica rispetto all’originale. Un altro tributo è “A dança da moda” e viene riservato, attraverso questo tema folklorico popolare, a Luis Gonzaga, uno dei “totem” della musica brasiliana. Il “remix” dal vivo di Dolores rilegge in chiave “trance” il pezzo, di cui viene mantenuto solo l’originale ed ossessivo ritornello. Il concerto cammina lungo i binari del dj set, quindi con gran parte dei brani proposti in sequenza o raccolti in medley e si dimostra complessivamente accattivante. Forse lascia perplessi alcuni fedelissimi del festival, più abituati al “ballo” latinoamericano che a questo “sballo” pernambucano, ma soddisfa i palati più raffinati, che amano l’ avanguardia e la “fusion” di stili e di tendenze. 

(Antonio Forni)

Celso Fonseca – Festival Latinoamericando 

Milano, martedì 15 luglio – A due settimane dall’apparizione al Festival di Villa Arconati, riascoltiamo Fonseca in un contesto e con una proposta musicale sostanzialmente differenti. Quell’esibizione, in anteprima al concerto di Jorge Ben Jor e di fronte ad una platea richiamata, in gran parte, da quest’ultimo, era risultata compressa in termini di tempo e penalizzata quanto a libertà artistica. Qui, invece, Celso può allungare il suo set e liberarlo da qualunque vincolo espressivo, offrendo settanta minuti di buona musica a un attento pubblico, di cui fanno parte, già, parecchi “fedelissimi”. Si propone con discrezione ma non con distacco, quasi sussurrando con la voce e sottolineando con la chitarra le sue più recenti composizioni, che sembra arrivino direttamente dall’epoca d’oro della bossa nova.“Minha Dalva di Oliveira” e “Samba torto” sono già dei piccoli “cavalli di battaglia” e i suoi estimatori possono godere, anche, della delicata “Febre” e dell’ intima “Bom sinal”. Che Fonseca sia in una stagione felice della propria vita di interprete lo dimostra anche “O que restou do nosso amor”, la sua versione di “Que reste-t-il de nos amours” di Charles Trenet e Léo Chauliac. Canta da solo, come in quasi tutte le date del tour, la popolare “Ela é carioca”. Durante i quattro concerti londinesi, invece, aveva chiamato sul palco la giovane Cibelle, astro nascente dell’elettrobossa che lo aveva affiancato nella registrazione in studio del pezzo. Il loro intenso duetto, ricco di note romantiche ed elegante sensualità, fu definito (con toni, forse, inappropriati) “…il nuovo Viagra”, dall’ entusiasta giornalista Matthew Cibula. Celso, in questo mese e mezzo di spettacoli in giro per l’Europa, è accompagnato dalla precisa batteria di Alexandre Fonseca e dal rassicurante basso di Carlos Duba. Ma, in questo che è l’appuntamento conclusivo, alcuni momenti di pura improvvisazione jazzistica mettono in luce il talento del tastierista Dudu Trentin che, dal nostro punto di osservazione in seconda fila, ci appare quasi in “trance” mentre si produce in funambolici “assolo”. Al suo virtuosismo viene lasciato giusto spazio, in particolare, durante i classici strumentali “Surfboard” di Jobim e “Consolaçao” di Baden Powell. Si finisce con un paio di bis e la “ripresa” di “Samba Torto”; il pubblico, in piedi, applaude i quattro nello stesso modo discreto ma sentito in cui, loro, hanno suonato. Non siamo di fronte ad una “nuova proposta”, erronea definizione del presentatore della manifestazione, come testimoniano gli oltre vent’anni di attività di Fonseca. Non è, nemmeno, il caso di gridare al fenomeno, specialmente in quest’estate “tribalista” in cui sembra sia bastato un solo brano, bello, orecchiabile e molto ben concepito per far nascere un nuovo movimento e un nuovo filone musicale. Quello che abbiamo apprezzato è un serio e sincero musicista che, speriamo, continui a regalarci piacevoli sensazioni, al di là delle mode del momento.

(Antonio Forni)

Gilberto Gil, Maria Bethania e Caetano Veloso - Negroamaro Festival

Cannole (Le), mercoledì 16 e domenica 20 luglio - Negroamaro è una finestra sul mondo. Negroamaro è già un'etichetta di prestigio. La world music d'autore penetra nel Salento, impossessandosi di palazzi, piazze e masserie storiche. Negroamaro è una rassegna di qualità, sulla soglia della popolarità, studiata e germogliata per essere apprezzata, più che per riempire i vuoti dell'estate. Negroamaro entra nel cuore del Brasile. E i tre concerti accartocciati attorno ad un unico filo conduttore proiettano la rassegna più frizzante del panorama musicale pugliese nel circuito dei live di assoluto prestigio. Time Zones coordina e propone: la firma è un certificato di garanzia. Si intuisce, si sente. Cominciano Maria Bethânia e Gilberto Gil, nel cortile di Palazzo dei Celestini, la casa dell'Amministrazione provinciale di Lecce che organizza la rassegna. Ritmo e riflessione, buon gusto e provocazione: il concerto è persino sobrio, ma non ingessato. Gil è un menestrello prestato alla politica e al governo di Lula, di cui è Ministro della Cultura. Niente giacca e niente cravatta: l'abbigliamento è quello di sempre, fortemente casual. I capelli intrecciati sono più lunghi del solito. Sessantun anni, senza sentirli: Gilberto entra ed esce dal reggae, deborda nella bossa nova, naufraga nel tropicalismo. Colpisce dritto ai sentimenti, si affida ad un repertorio sicuro, datato (Requiem, Os Mais Doces Bárbaros, ad esempio), parla di intolleranza religiosa, omaggia l'immortale Dorival Caymmi. Maria Bethânia è voce carismatica e forte, è sorriso contagioso. Pretende un suo spazio e lo occupa, a piedi nudi. Entra ed esce dalla scena, dosandosi, sovrapponendosi ed alternandosi a Gil. L'approccio comune è un tributo a Milton Nascimento (Fé Cega, Faca Amolada), poi arriva Filhos de Gandhi, quindi l'intensa O Indio. Sem Fantasia (Chico Buarque de Hollanda) è, più tardi, un'interpretazione vibrante, suggestiva: le voci si incrociano, Gil si inginocchia in rigoroso rispetto. Il pubblico accompagna e, talvolta, preme. Dimenticando i disguidi delle ore che precedono l'appuntamento, la fila al botteghino e le ridotte dimensioni del cortile che non può accogliere tutto il mondo che pulsa dietro al portone del palazzo. La seconda tappa del segmento si sposta (anzi, devia a programma già pubblicato) in Piazza Duomo, dove Lecce svela i segreti migliori. Il palcoscenico ospita due protagonisti: Caetano Veloso e la sua chitarra. Caetano non è più l'artista sondato dalla fetta più alternativa del popolo musicale. Caetano, adesso, è una realtà ramificata e digerita dalla grande folla. Che segue e recita ogni brano, ricalcandone il portoghese. La piazza è gremita, la gente decodifica e canta, sostituendosi all'autore (è il caso di Terra che, a proposito, Teresa De Sio sta lanciando nella versione italiana). La scaletta introspeziona il passato (Os Passistas, Branquinha, Minha Voz Minha Vida, Lua Lua Lua, Meu Coração Vagabundo, Genipapo Absoluto, Você é Linda, Sampa, O Estrangeiro, O Leãozinho), accarezza il suo sogno cinematografico (Michelangelo Antonioni è un brano espressamente pensato e scritto in italiano), cede ad un classico americano (Stardust), si avvicina all'immortalità delle note di Volare, ripercorre il viaggio rischiato con Pedro Almodóvar (Cucurucucu Paloma) e riapproda in Brasile (Desde que o Samba è Samba). Caetano è la voce modulata di sempre, è sonorità lieve e intensa, slanci e compostezza, ricami e concretezza, timidezza e sfrontatezza. Il Brasile di Negroamaro 2003, poi, emigra in provincia. Il terzo appuntamento coinvolge Cannole, a metà strada tra Maglie e Otranto: l'effervescente e verboso Chico César, è cronaca di domenica scorsa, si affaccia alla Masseria Torcito, fortificata e ristrutturata, un angolo di storia tra i campi che annunciano la Grecìa. Il paraibano movimenta l'atmosfera quasi distratta di un pubblico ristretto: l'ultima tappa oroverde della manifestazione (che continua anche nel mese di agosto, attirando iniziative collaterali) è quella meno attesa e anche quella meno visitata, ma diventa presto la più spontanea. La gente colma il vuoto tra il palco e la prima fila destinata alle autorità, fatalmente assenti: il suo invito alla partecipazione popolare è accolto con simpatia. Gli addetti alla sicurezza, spiazzati, cedono lo spazio («Voi fate il vostro mestiere, io il mio: il pubblico resta qui»). Chico César è un nordestino tuttora legato alla cultura profondamente rurale della propria terra: e allora il frevo e il côco incrociano la strada di sonorità più contemporanee. L'innovazione innerva il folclore, o viceversa. «Non sono il Brasile consacrato, sono il Brasile alternativo»: il concetto scaccia gli avanzi di un dubbio. Il personaggio è trasparente, comunicativo. Respeitem Meus Cabelos, Brancos (Rispetta i Miei Capelli, Uomo Bianco, brano inciso recentemente in compagnia di Chico Buarque) è l'ironia che precede Mama Africa e, più tardi, un tributo rigorosamente strumentale al jazz, un assaggio di reggae e un appello a favore dell'azzeramento del debito estero dei Paesi più poveri. Perchè la musica popolare, in Brasile, sa ancora navigare nel mare dell'impegno sociale. Il Brasile di Negroamaro 2003, poi, emigra in provincia. Il terzo appuntamento coinvolge Cannole, a metà strada tra Maglie e Otranto: l'effervescente e verboso Chico César si affaccia alla Masseria Torcito, fortificata e ristrutturata, un angolo di storia tra i campi che annunciano la Grecìa. Ma di questo musicista già riferiamo in un altro resoconto. 

(Maurizio Mazzacane)

 

 

Carlinhos Brown – Festival Latinoamericando 

Milano, giovedì 24 luglio – Difficile trovare o coniare definizioni per uno show di Carlinhos Brown. Tentiamo con “genialmente sconcertante”, intendendo l’avverbio preponderante sull’aggettivo. L’ encefalogramma artistico di Brown è una sorta di montagna russa, con picchi altissimi e qualche rovinosa caduta. Lo dimostra da un disco all’altro, all’interno dello stesso disco o, addirittura, della stessa canzone. Il concerto non fa eccezione, anzi esalta questa sua caratteristica. Re delle percussioni, inventore della Timbalada e di un suono unico, creato negli Anni ’90 riunendo giovani sconosciuti del Candeal, il problematico quartiere di Salvador che gli ha dato i natali, nonchè parte integrante del trio del momento, i Tribalistas, che fa? Si traveste da sonero cubano e apre il concerto a ritmo di salsa! Rimaniamo a bocca aperta ascoltando pezzi quali “Clima quente”, “Conga e bongó” o “Cumbiamoura”, dall’ ultimo disco “Carlito Marrón” (solo il brano che dà il titolo all’album sembra dare la scossa ad una platea a dir poco perplessa). Abituati alle sue scelte ardite, spesso gli abbiamo dato ragione, a distanza di anni, per cui sospendiamo il giudizio su questi episodi. Personaggio carismatico e, a volte, istrionico, Carlinhos, uomo-omelete (dal titolo di un suo lavoro) capisce, forse, di rischiare la frittata e imbraccia la chitarra per una suggestiva versione acustica di “Velha infância”, stupenda canzone scritta a dieci mani con Monte-Antunes-Davi Moraes-Pedro Baby, regalando minuti di magia. Dimostra di saper leggere perfettamente gli umori della “sua” gente e comincia a comunicare e mandare messaggi, in una lingua che ne mescola almeno cinque, senza essere nessuna di queste. Chiede alle prime file come si dica “Sou da paz” (slogan di una campagna e, ora, di un istituto per la lotta alla violenza), un italiano capisce “Sou um rapaz” e gli traduce “Sono un ragazzo”, che una brasiliana corregge, esattamente, in “Sono per la pace”. Lui taglia la testa al toro e fa cantare a tutti l’originale “Sou da paz”. Magnifica confusione! Confusione in cui, a volte, entrano anche i musicisti che lo accompagnano, colti in controtempo dai suoi voli pindarici. Parte “Bog la bag” da “Alfagamabetizando” e, con essa, una ipnotica parentesi di samba reggae, con il pubblico a saltare e ballare, andando prima a destra e a sinistra, poi avanti e indietro, al suo comando ed alla sua mercè. Tra la folla, il vostro cronista, sempre in prima linea, arranca ma si adegua. C’è una sorpresa: viene chiamato sul palco Jovanotti, presentato da Brown come “l’ambasciatore della musica brasiliana in Italia”. Sarà vero amore o una semplice “cotta” del Lorenzo nazionale? Dopo il rap, dopo Cuba e tante altre cose, adesso il Brasile? Da Ascoli sale anche il grande Saturnino, con il suo basso e il suo slap funky, per una jam session tanto scatenata quanto coinvolgente. La mano esperta di Carlinhos contiene i bollenti spiriti di un Jovanotti trascinante quando intona “L’ombelico del mondo” e “A vida” (hit del suo Collettivo Soleluna) ma un po’ sopra le righe quando accenna passi di samba e vagamente perplesso quando gli viene chiesto di tradurre qualcosa dal portoghese, idioma per lui, forse, ancora ostico. L’apoteosi finale arriva con i successi “A namorada” e l’attesissima “Já sei namorar”. Anche l’ anti-conformista Brown non può prescindere dalle ragioni del botteghino e deludere chi gli ha portato il proprio obolo. Obolo, peraltro, ben speso, per due ore e oltre di spettacolo, a tratti entusiasmante, quasi sempre interessante e solo qualche volta interlocutorio. Dopo aver visto tanti concerti “fatti a macchina”, dove la boa dei 90 minuti rimaneva un miraggio, ben venga Carlinhos e il suo carrozzone.

(Antonio Forni)

Mariana De Moraes

Torre Regina Giovanna di Apani (BR), venerdì 25 luglio - Mariana è profondamente carioca. Nell’accento, nei gesti, nella sensualità. Mariana è voce da samba-canção. Mariana è minuta, gracile, mora ed espressiva. Mariana ricorda Gal Costa, ma di Gal non trascina né gli eccessi, né i barocchismi vocali. Però di Gal ne rievoca il timbro: non possente, ma languido. Mariana schizza dalla bossa nova, riattualizzandola. E riconsegnandola ad un panorama musicale che, è più di un’impressione, la sta soffocando e perdendo. Mariana è anche talento: va ascoltata con attenzione. Magari in un teatro, nell’intimità del silenzio. O in un club ovattato. Mariana è la nipote di Vinícius De Moraes, il poeta diplomatico. Ed è la figlia di Pedro (Pedro, Meu Filho è un poema commercializzato anche sul vinile). Mariana, soprattutto, è un interprete vera. Orgogliosa di un cognome ingombrante, ma sganciata dalla sua schiavitù. Mariana non è solo la nipote dello zio: è pure -innanzi tutto- un’artista con dignità e fascino propri. Quel cognome non la sospinge e non la comprime: Mariana cammina da sola tra le note e tra due compagni di viaggio, il chitarrista Sérgio Farias e il percussionista Silvano Michelino, di solare origine italiana. Mariana De Moraes attraversa l’estate italiana più brasiliana di sempre, guadagnandosi una nicchia tra Gil e Caetano, Bethânia e Chico César, Toquinho e João Gilberto. E scende in Puglia, nella notte giovane del “Torre Regina Giovanna”, antica stazione di posta immersa nelle campagne tra Brindisi e San Vito dei Normanni. Come Bethânia si esibisce scalza, sotto una quercia. Meriterebbe un pubblico meno sfuggente, Mariana. Ma il luogo è un crocevia di incontri: si beve, si discute, si passeggia. L’atmosfera da discopub non gratifica, non solletica. Più in là, la pista si riempie e si balla con altre note. Il bar, poco distante, diffonde sonorità prediscotecali. Eppure, Mariana continua a sussurrare il suo Brasile. Al pubblico Mariana parla di samba, ma il prodotto è bossa certificata. Lo conferma una versione di Você e Eu, di Carlos Lyra. Lo attestano due brani firmati da Vinícius per la pièce Orfeu Negro. Lo asserisce un inciso mutuato dall’inossidabile Manhã de Carnaval di Luiz Bonfa. Lo spiegano gli spartiti che il De Moraes Trio propone, tra cui Juazeiro. Un’ora, però, passa spedita. Lasciando una sensazione piacevole: la sensazione di qualcosa che sembrava circoscritto alle evoluzioni degli autori del passato e che, invece, continua a soffiare, con garbo. Una sensazione, forse, respirata da pochi anacronisti: gli ascoltatori più attenti. 

(Maurizio Mazzacane)

 

Terrasamba – Festival Latinoamericando 

Milano mercoledì 30 luglio – Scrivere di uno show di Terrasamba vuol dire raccontare una festa, un grande baile popolare, dove ci si diverte, si flirta, si provoca, si beve e si dà libero sfogo ai propri, più o meno legittimi, istinti. Il vero spettacolo è il pubblico: donne, uomini e tutto quanto ci sta in mezzo, con i brasiliani a ripetere le coreografie della band e gli italiani a ruota. Parlare di musica, in questo caso, è quasi un dettaglio. La proposta del gruppo ha, volutamente, lo spessore artistico della carta velina e il concerto scorre per la sua intera durata sui binari di un ritmo sempre uguale, una batidinha samba che si suole definire pagode. Ma il pagode non era quello ironico di Zeca Pagodinho, o quello romantico di Jorge Aragão, oppure, ancora, quello pungente e un po’ sboccato di Bezerra da Silva? Qualcuno fa presente che “... Terrasamba rappresenta il vero spirito del carnevale di Bahia”. E allora i bloco afro, i trio elétrico, i grandi ensemble percussivi, il samba reggae, l’ axé, Daniela Mercury? Forse, in tutti questi anni, non abbiamo capito niente? Indubbiamente, qualche piacevole episodio c’è, come “Deus é brasileiro”, con il suo messaggio di speranza sociale, letto tra le righe, o la coinvolgente “Liberar geral”, che riporta alla mente una felice estate di qualche anno fa. Lascia un po’ perplessi il repertorio più recente, “Na manteiga”, “Lavadeira” o “Banho de chuveiro” (“... parti dal ginocchietto, con delicatezza sali con la mano, che emozione! Poi accarezzati dietro ...”). Questo stile sensual-adolescenziale, tuttavia, fa grande presa sui fans di Terrasamba; all’ invito, ripetuto ogni due minuti, ad alzare le ... mãozinhas pra cima (le “manine” in alto), rispondono affusolati arti femminili ma anche nerboruti avanbracci da scaricatore di porto e tozze manone da salumiere. Da apprezzare la simpatia e la presenza scenica di Reynaldo Nascimento, che guida sia chi gli sta dietro, sul palco, che davanti, cioè la folla. Può vantare un curriculum di tutto rispetto, avendo fatto parte come musicista sia di Ara Ketu che di Ilê Ayê, e adesso la star è lui, così come il gigantesco percussionista Mário Ornellas, fondatore della band, nata nel ’91 da una costola di Gerasamba, che si esibisce, anche, in una divertente ed autoironica danza “sexy”. Non poteva mancare l’omaggio ai Tribalistas, sul cui carro di vincitori sono saliti un po’ tutti, quest’anno. “Já sei namorar” riceve una pennellata di allegra adrenalina baiana (a quando una versione country o in russo?). C’è da promuovere, anche, l’ ultimo disco “Xi do Terrasamba”, quindi diversi brani vengono da lì, innestandosi su una scaletta, per il resto, immutata rispetto alla loro ultima apparizione al Festival, giusto un anno fa. Non siamo fautori dell’impegno a tutti i costi né della musica, solo, d’autore, ma questi Terrasamba ci paiono, veramente, leggeri come una piuma. D’altra parte, se il metro di giudizio è il successo, chi riesce a vendere tre milioni di dischi in pochi anni ha, sempre e comunque, ragione.

(Antonio Forni)

Chico César – Festival Latinoamericando 

Milano domenica 3 agosto – Esibirsi a Milano durante il fine-settimana clou dell’esodo estivo è sicuramente penalizzante, anche per un Chico César in forma e ben disposto ad intrattenere le poche centinaia di spettatori presenti. Il simpatico “Danny De Vito” della musica brasiliana, si sgola per coinvolgere la sparuta platea e ne richiama l’attenzione palleggiando, in rima, il nome “Milaaano!” con “paraibaaano!”, in un contrappunto ideale con le proprie origini. Tra distorsioni, riverberi ed echi dovuti ad una qualità del suono non proprio da manuale, insiste, all’inizio, su brani tratti dal suo disco più recente. Interessante, tra questi, il reggae di “Respeitem meus cabelos, brancos”, la title track, dal messaggio anti-razzista, sottilmente evidenziato da quella virgola che cambia il significato dell’invito popolare a rispettare “i capelli bianchi” in una esortazione (ai bianchi) a rispettare “i miei capelli”. Sempre da questo lavoro, con “Sem ganzá não é coco”, più tardi farà un'incursione in un tipico ritmo nordestino, il coco, appunto, di cui ricordavamo splendidi episodi strumentali, contenuti nella colonna sonora di “Tieta do Agreste”, a firma di Caetano. Per un momento, la band, denominata “Desordem dos músicos” (“Disordine - ma anche litigio - tra i musicisti”), si fa da parte e l’ omino di Catolé do Rocha diventa un gigante, solo, con la sua voce, davanti al microfono per l’emozionante “Béradêro”, sonetto in musica che non sfigurerebbe tra i classici della poesia nordestina.Tornano Swami Jr. (basso), Marcelo Jeneci (tastiere), Gui Kastrup (percussioni) e l’acclamatissima Simone Julian (voce, flauto e sax) e si ricomincia a suon di successi, in gran parte tratti dal fortunatissimo album “Cuzcuz-clã” del ‘97, che conteneva sia brani originali che riediti. Chi non ha mai ballato al ritmo di “Mama áfrica” o “Pedra de responsa”, scritta con il geniale Zeca Baleiro? I due sono autori, anche, della tenera “Mand’ela”, che ci offre un altro virtuosismo linguistico; l’ apostrofo scherza con il nome del grande statista africano e lo trasforma in una richiesta a “mandare” (qui) una non meglio identificata bellezza baiana. Baiana come la grande Daniela Mercury, cui César regalò la struggente “A primeira vista”, hit da lui qui riproposta. La coppia si è recentemente riunita, proprio su questo palco, in occasione del concerto di luglio della regina dell’ axé. Fu una piacevole sorpresa vedere Chico, inaspettatamente di passaggio, apparire per un estemporaneo duetto. Il concerto viene “diluito” da alcuni “assolo” più o meno apprezzabili, a cui avremmo preferito qualche brano in più, tra i tanti, belli, del suo repertorio. Purtroppo, la serata si conclude dopo un solo bis, sicuramente già previsto. Altri non ci sono concessi, né vengono particolarmente sollecitati da un pubblico, forse, già con la mente proiettata alle vacanze. Il bravo Chico César torna, idealmente, in Paraiba con un grosso impegno; la sua carriera, o almeno la sua fase più “visibile”, raggiunge il traguardo dei dieci anni ed è ad una svolta: riuscirà a crescere, ancora, e a salire al livello dei “grandissimi” o rimarrà “solo” un ottimo autore ed un sensibile artista? Il tempo lo dirà...

(Antonio Forni)