IL BRASILE IN ITALIA

"Ho imparato il sorriso da Jorge, Chico e Vinicius"

Intervista a Gianni Minà, direttore della rivista "Latinoamerica"

 

di Silvia Zingaropoli

 

   Gianni Minà, giornalista e scrittore, non ha certo bisogno di presentazioni avendo realizzato in quarant'anni di carriera centinaia di reportage, programmi e interviste con alcune delle più grandi personalità del nostro tempo. Tra i più importanti giornalisti italiani e collaboratore di numerose testate, è attuale direttore editoriale della rivista trimestrale "Latinoamerica e tutti i Sud del mondo". Parlare solo di Brasile, con lui, sarebbe riduttivo, considerato lo spessore del personaggio, la passione per svariati temi e l'impegno con cui continua a svolgere il proprio lavoro. Dal canto nostro non possiamo però dimenticare che Minà è stato uno dei primi giornalisti italiani a occuparsi in modo serio di cultura brasiliana e a farne conoscere in Italia alcuni degli esponenti più prestigiosi: da Vinicius de Moraes a Jorge Amado, a Chico Buarque. 

Lunedì mattina, splendida giornata tipica delle "ottobrate romane". Ho appuntamento con Minà a mezzogiorno, ma come sempre sono in anticipo. Dopo qualche minuto di attesa, arriva Gianni: ha il viso rilassato ed è euforico. Pochi istanti e capisco il motivo del suo stato d'animo: la vittoria di Inacio Luiz da Silva, il suo amico Lula, alle elezioni presidenziali brasiliane. Non nasconde però un po' di irritazione per l'atteggiamento dei quotidiani della mattina, evidentemente scettici nei confronti di ciò che il neopresidente potrà fare. Poi si parla un po' di calcio e del derby Roma-Lazio che si è tenuto la sera prima. Minà è gentile e affabile come sempre, ma mi chiede un quarto d'ora per le sue telefonate di routine della mattina. Poi mi guarda sorridente e mi chiede: "allora, di cosa vogliamo parlare?"

Nel suo sito web ufficiale, lei afferma: “In questa piazza telematica (…) ho cercato ed ho trovato lo spazio e la libertà che ultimamente mi era difficile ottenere nei mezzi di telecomunicazione”. Come definirebbe, oggi, il suo rapporto con i media?

Pessimo, ma forse è legato alle scelte della mia vita: quando ero l’inviato al seguito del fenomeno-Mohammed Alì o al seguito del fenomeno-Maradona, apparivo come molto simpatico. Ma da quando ho cominciato ad occuparmi di argomenti non convenienti all’economia delle grandi multinazionali (e quindi degli Stati Uniti e dei Paesi europei che sono i Paesi ricchi del mondo) il mio modo di fare giornalismo -tanto applaudito quando lo facevo per lo sport- non era più così accettato, perché in realtà non eludeva, non nascondeva, non mentiva.

Siamo di fronte ad una delle grandi ipocrisie del nostro tempo, e le nazioni che si autodefiniscono “civili e democratiche” sono partecipi di tutti i misfatti che si compiono nel mondo, ma questo non si può scrivere sui giornali di proprietà  della grande economia europea: improvvisamente si diventa scomodi e forse un po’ retrò. Ma il mondo sta andando verso una deriva terrificante dove la violenza aumenterà  perché la politica economica dei grandi Paesi ricchi è “estremista” e a questo tipo di politica ormai i poveri rispondono con il terrorismo. E queste affermazioni la dicono persone come Noam Chomsky, o Frei Betto, o premi Nobel per la Pace come Adolfo Pérez Esquível, o vecchi premier indiscutibili, che hanno portato la democrazia nel proprio Paese, come Mario Sóares, il presidente portoghese. E’ chiaro che il mio modo di fare giornalismo non acquista simpatie, ma non potranno neanche  fermare la mia aspirazione di controinformare sulla realtà del mondo.

Lei in passato ha fatto anche tv di intrattenimento, e c’è chi ricorda con una certa nostalgia “Blitz”, un programma-contenitore domenicale su Rai 2, nel quale per un certo periodo lei riuscì a imporre il “suo” modo di fare televisione. Cosa è cambiato da allora nella tv italiana?

La TV italiana è ostaggio di una vergognosa legge sulla televisione, o meglio, di una incorretta legge sulla televisione, applicata in modo vergognoso,  la Legge Mammì. La legge, già favorevole agli interessi di Silvio Berlusconi, ha deteriorato la situazione nel panorama televisivo. Anche all’epoca del governo di centrosinistra non si è sentito il bisogno di porre rimedio: siamo l’unico Paese al mondo che presenta questa realtà. Nei Paesi europei di sicura democrazia (almeno così sostengono), ogni televisione di Stato ha due canali: uno per il divertimento ed uno per la divulgazione della cultura. Ogni privato ha un solo canale e  quindi non è vero, come sostiene Berlusconi, che con un solo canale non si può fare la televisione commerciale.

Un solo canale proprio perché il potere di convincimento, il potere di condizionamento da parte della televisione, è esaltato. D’altro canto Berlusconi è un imprenditore e sa perfettamente che, se una cosa non passa in televisione, non si vende: quindi, se per vendere i propri prodotti si usa la televisione, è ovvio che per vendere le idee e le convinzioni si usa questo mezzo. La televisione ha lo stesso potere sia di farti vendere una certa marca di biscotti, sia di farti indirizzare verso un modello di società che tu pensi sia l’unico vivibile. E’ un modello falso, perché l’80% dell’umanità  non  sfiora nemmeno lo stile di vita reclamizzato dagli show e dai quiz apparentemente innocui, però poi si va a votare il partito che ti sembra promettere il modello di vita che la televisione promette. Siamo ostaggi di questa situazione, che inizia con Craxi, il quale tornò di corsa da Londra per proteggere la televisione di Berlusconi. Secondo la legge Mammì Berlusconi doveva prima vendere, e poi mandare via satellite Rete 4,  imponendogli cioè di privarsi almeno di una rete, ma la vendita non è mai stata attuata, prechè si inventarono il marchingegno dell’allargamento delle concessioni. La legge infatti sancisce che un privato non può avere più del 25% delle concessioni tv; ma se le concessioni vengono aumentate, è chiaro che ci sono più possibilità di eludere la anormativa. Ed infatti, ultimamente,  hanno  ampliato  le concessioni in modo che da nove diventassero dodici. E’ un po’ grottesco considerando che, per esempio, c’è chi è rimasto prigioniero come, ad esempio, Telemontecarlo che, rispettando la legge, non ha allargato i suoi impianti, mentre Telepiù -allora controllata dal solito Berlusconi- metteva i ripetitori e gli impianti in tutta Italia, diventando una rete considerata nel pacchetto delle dodici, pur non avendo ancora una programmazione. Su questa anomala situazione, gli italiani sono stati anestetizzati, per cui pensano che questa sia una battaglia di retroguardia ed invece è proprio questa la vera battaglia.

Oggi, tutte le radio private sono o di proprietà o di influenza -attraverso la pubblicità– di Berlusconi (per il 90 %), insieme alla maggior parte dei giornali. Ovviamente, è chiaro che oggi il governo condiziona pesantemente la situazione, perché, per esempio,  se la Fiat andasse in fallimento, i due giornali Il Corriere della Sera e la Stampa potrebbero benissimo finire nelle mani dell’attuale premier anche quelli. La televisione che si faceva una volta non è più possibile proporla, perché oggigiorno la programmazione viene imposta dai creativi e dai pubblicitari degli sponsor che sovvenzionano le trasmissioni: vogliono scelte di basso livello, perché in questo modo raggiungono un’utenza più vasta. Quarant’anni fa, chi partecipava al quiz “Lascia o Raddoppia” doveva sapere se Giuseppe Verdi avesse mai usato il controfagotto nelle partiture di una sua opera; doveva sapere che esisteva uno strumento chiamato controfagotto che un grande autore come Giuseppe Verdi poteva aver utilizzato nelle sue opere liriche; doveva conoscere le opere liriche di Giuseppe Verdi. Adesso le domande sono del tipo è: “Quanti fagioli ci sono nel bicchiere?” e, inevitabilmente, allegata alla risposta, c’è sempre: “Per favore mi dia un aiutino…”.

Il livello, insomma, è adeguato alle esigenze del mercato. Papa Giovanni Paolo II lo ha chiamato “capitalismo selvaggio” dove il mercato è dio, e lo combatte alla stessa stregua con cui martellava il comunismo. Ma le dichiarazioni del Papa finiscono in seconda pagina, perché non sono più convenienti all’economia dei paesi ricchi. Quel tipo di esperimenti che la televisione si poteva permettere allora -non così “ostaggio” dell’audience- non sono più possibili; anzi, quel tipo di televisione ora è considerato allarmante e lo è ormai da una decina d’anni. Secondo me è passato una specie di accordo trasversale -e purtroppo una parte del centrosinistra ha accettato questo ricatto- per cui, già ai tempi di Celli (direttore generale insediato durante il governo di centrosinistra) le cariche nevralgiche  in Rai erano in mano al centrodestra. Ricordo infatti che durante il centrosinistra, il direttore di Rai  Uno era Saccà, attuale direttore generale della televisione dell’attuale governo Berlusconi.

La sua rivista, “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”, vanta la collaborazione di personaggi come Luis Sepúlveda, Eduardo Galeano, Frei Betto, Chico Buarque de Hollanda, Noam Chomsky, Manuel Vásquez Montalbán, e altri. Tutti grandi esperti dell’universo latinoamericano. Quello che oggi lei fa, è un giornalismo alternativo, contrario alla logica neoliberista. E’ stato necessario individuare un proprio spazio per dare voce a queste persone e ai temi che la appassionano?

No, lo spazio esisteva ma non era occupato. Poco a poco ho visto grandi colleghi, anche figure fondamentali nei loro giornali per decenni, essere messi da parte. L’informazione dei giornalisti, quelli capaci di arrivare ovunque o col telefono raggiungere chiunque, è un’informazione scomoda. Sembra quasi di assistere ad un capovolgimento della realtà: la verità, la maggior parte delle volte, è meglio ignorarla. Quando il professor Santarelli e Bruna Gobbi -che da vent’anni con le proprie forze avevano portato avanti quest’idea di Latinoamerica nata nell’82- mi hanno chiamato perché, essendo anziani, non se la sentivano più di portare avanti questa sfida,  ho subito capito che questa era l’occasione per avere un’isola, anche se piccola, dove concentrare tutta quell’informazione che io -avendo relazioni costruite per vent’anni in Nord, Centro e Sudamerica- non riuscivo a leggere sui giornali italiani, ma anche europei, ad eccezione di Le Monde Diplomatique o El País in Spagna. Ho pensato che una certa informazione negata, se la racconta gente sconosciuta, viene subito respinta, insinuando il dubbio sulla loro credibilità. Così ho contattato Luís Sepúlveda, Paco Ignacio Taibo, Eduardo Galeano, Frei Betto, Miguel Bonasso ed anche prestigiosi intellettuali nordamericani come Noam Chomsky, Waine Smith o Joe Hamill perché scrivessero articoli sull’attualità. Hanno risposto tutti di si, pagandoli con una bottiglia di grappa a testa, perché soldi per il compenso ancora non ci sono). L’idea di caratterizzare Latinoamerica ogni volta con le foto di un grande reporter (ho avuto l’onore di avere Zizola, Salgado, Senigalliesi, Tano D’Amico) è stata premiata, perché illustrano in modo perfetto certi articoli su dolori, realtà, e ferite di nazioni meglio di tante parole.

Durante gli Anni ’60 lei conobbe e intervistò alcuni dei brasiliani esiliati dalla dittatura di allora. Ricordiamo una sua storica intervista in un ristorante romano dove, oltre al poeta Ungaretti, erano presenti Vinicius de Moraes e Chico Buarque de Hollanda, accompagnato da un giovane chitarrista… un certo Toquinho. Ci può descrivere l’atmosfera che si respirava durante quelle riunioni?

Ho imparato molto da questa gente, perché avevano un modo, malinconico e allegro allo stesso tempo, di vivere l’esilio. Parlavano del Brasile che avevano lasciato per sfuggire alla dittatura, degli arresti, delle torture, della gente che spariva, ma parlavano anche di donne, motori, calcio, samba… C’era la grandezza di questi due grandi vecchi, Vinicius de Moraes e il suo amico Ungaretti. Li univa la passione per le donne: l’ottantenne Ungaretti stava sempre mano nella mano con una fidanzata di trentatré anni e Vinicius -poeta poetinho e camarada come hanno scritto Chico e Toquinho nella canzone dedicata a lui- in quel momento era arrivato al quarto matrimonio (poi sarebbe arrivato a sette). Si parlava di poesia. Io ho conosciuto bene la poesia di Ungaretti, perché ne parlava Vinicius che l’aveva tradotta in portoghese, e viceversa Ungaretti aveva tradotto Vinicius in italiano.

La simpatia ed il coinvolgimento divennero talmente intensi che un paio di anni dopo, quando sembrava che ci fossero le condizioni, malgrado la dittatura, di poter tornare a casa, mi invitarono. Ed io finii a Bahía, nella casa che Vinicius aveva di fronte al mare di Itapuã, dove lavorava con Toquinho e dove passavano delle ragazze bellissime. Io e la mia troupe televisiva rimanemmo molto “colpiti” da questo viavai. Ho delle immagini bellissime di Vinicius de Moraes in pigiama azzurro che apre il cancelletto della sua villetta a cinque metri dal mare, porta una sedia e si siede con i piedi nel mare e Toquinho che canta.

E’ stato questo il suo primo approccio con la cultura latinoamericana?

Sì. Ho conosciuto l’essenza di un continente e della sua intellettualità. Un mondo che sa lottare, che sa soffrire, ma che sa anche ritagliarsi la mezz’ora di allegria. Ricordo che Jorge Amado -che conobbi proprio allora a Bahía– un giorno mi disse: “Sono venuto tante volte in Europa ed ho notato che voi sorridete poco; eppure noi che lo facciamo avremmo meno ragioni di voi di sorridere… per noi è già bello esser venuti al mondo.”

A proposito del Brasile, lei non ha mai nascosto le sue simpatie per il neopresidente Inacio Lula da Silva, che tra l’altro ha recentemente intervistato. Pensa che Lula riuscirà davvero a risollevare il Brasile povero dalla sua attuale condizione?

Lula ha spiegato con molta chiarezza qual’è il suo obbiettivo primario: dare due pasti al giorno ad ogni cittadino del Brasile. Sembra a prima vista una dichiarazione singolare, ma in realtà è una conquista essenziale in Brasile ed in America Latina. Il fatto che ci sia più del 50% dei cittadini di quel continente che non può fare due pasti al giorno, che la mortalità infantile prima del terzo anno di vita sia del 70, 75 per mille, mentre a Cuba è dell’8 per mille (come la  media svedese) allora ti rendi conto che è possibile invertire la rotta anche in America Latina, a meno che non si rimanga prigionieri delle strategie delle multinazionali e dell’attuale governo Bush che, come ha detto Noam Chomsky, non vuole “l’integrazione”, ma  “l’annessione” dell’America Latina.

Secondo lei, il lavoro del neopresidente, sarà ostacolato di più dalle vecchie gerarchie politiche ed economiche, o dalle pressioni degli Stati Uniti?

Dagli Stati Uniti che si compreranno le vecchie gerarchie politiche brasiliane. Perché l’attuale amministrazione vuole far passare l’Alca -Associazione del Libero Commercio delle Americhe- che in realtà è un cappio al collo per tutti i Paesi latinoamericani. Infatti, come mi ha spiegato Riccardo Petrella (esperto del problema mondiale delle risorse idriche), con la nascita dell’Unione europea, si è subito pensato non solo di dare degli aiuti, ma anche di creare una situazione che favorisse la crescita dei Paesi europei più poveri che, all’epoca (a parte l’Italia e la Spagna) erano il Portogallo e la Grecia. Se tu non porti i Paesi economicamente meno forti al livello di quelli forti, l’associazione tra nazioni diventa lo sfruttamento di quelle più ricche nei confronti di quelle più povere all’interno della stessa associazione. Gli Stati Uniti non vogliono neanche sentir parlare di questo tipo di meccanismi nell’Alca: come può l’Ecuador fare un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti? Oppure, come può farlo il Paraguay o l’Argentina che ora è al tracollo? La vittoria di Lula alle elezioni brasiliane è un cambio di rotta: l’attuale presidente brasiliano non entrerà nell’Alca, ma cercherà di rinforzare il Mercosur, l’associazione di nazioni del cono Sud del continente, che di fatto funziona, ma potrebbe funzionare molto di più se non fosse boicottato.

Frei Betto ha affermato che “la sovranità alimentare a livello nazionale, regionale e locale è un diritto umano fondamentale; in questo senso costituiscono richieste fondamentali la riforma agraria e l’accesso dei contadini alla terra”. Secondo lei, Lula riuscirà a portare a termine la tanto sospirata riforma agraria?

L’altra cosa che farà Lula è proprio la riforma agraria. Il mondo dovrebbe indignarsi del fatto che, all’inizio del terzo millennio, più di cent’anni dopo la risoluzione di questo problema nelle nazioni europee, il Brasile non abbia ancora una riforma agraria. Neanche il presidente Cardoso, dopo due mandati, è riuscito a farla. I cacique, i padroni della terra incoltivata, padroni di territori grandi quanto due, tre, quattro regioni italiane, non hanno permesso al nono Paese per ricchezza economica, di attuarla. Questo Paese, infatti, è il nono per ricchezza economica, ed il quarto produttore di alimenti, anche se la gente non mangia frutta perché costa troppo. Il Brasile, che ricopre mezzo continente, ha un potenziale incredibile, ma ha anche dieci milioni di bambini randagi. Tutto questo è osceno, e dovrebbe indignare il mondo che si autodefinisce “civile e democratico”.

Come dice Frei Betto, non c’è nessun Paese, non solo latinoamericano ma del mondo, che accettando le regole del Fondo Monetario Internazionale, abbia migliorato la sua condizione, anzi, ha accentuato il tracollo. Allora, quando l’Argentina disperata, chiede aiuto, e Bush gli risponde “segua le regole del Fondo Monetario”, Bush in realtà sta dicendo “l’Argentina si metta una pistola alla tempia e si spari”. Questo, in realtà, è ciò che fa il Fondo Monetario Internazionale: è plateale, lo sanno tutti e allora, perché la stampa borghese ed illuminata, europea ed italiana, che dà lezioni di morale e di democrazia a tutti, non si ribella? Perché accetta questa vergognosa logica che nasconde un’ambiguità di fondo? Non si vuole ammettere che il capitalismo è fallito ancor più del comunismo, poiché condanna l’80% dell’umanità alla povertà. E’ come se questo fosse stato deciso da un Dio e non si può cancellare. Ma non l’ha deciso nessun Dio.

Il capitalismo fa soffrire e massacra gran parte dell’umanità, di più di quanto lo abbia fatto il comunismo. Perché bisogna assolvere il capitalismo? Perché –dicono- è l’unico modello. Ma è l’unico modello per le ventitre o ventiquattro nazioni che in questo momento possiedono la ricchezza; per il resto dell’umanità è solamente un esempio di come non si possa più vivere in questa situazione. Noi abbiamo solo vinto la lotteria biologica, siamo nati nel Paese giusto, al momento giusto. Perché, anche in Italia, se fossimo nati nella prima metà del secolo passato, saremmo emigrati per fame come facevano da Treviso: non dalla Sicilia o da Napoli, ma da Treviso e da Pordenone.

Passando ad altro argomento: lei ha avuto la fortuna di conoscere Jorge Amado, uno dei più autorevoli personaggi della realtà brasiliana: la voce del popolo, della gente ai margini, che si autodefinì un “saggio di saggezza popolare”. Che ricordo conserva di lui sotto il profilo umano?

Una tenerezza infinita. Mia moglie ed io ricordiamo sempre quando andammo a trovarlo a Bahía, ci portò a mangiare in un ristorante africano a lui carissimo, dove il cibo era ancora cucinato come facevano gli schiavi neri arrivati dall’Africa, sbarcati dalle galere portoghesi o olandesi. C’erano farine ricavate dal cereale triturato con due sassi, c’erano spezie… Insomma, un pasto che ci aveva acceso la curiosità. Lui amava moltissimo l’anima nera del Brasile, il meticciato, anche perché Jorge Amado sin da giovane aveva raccontato quel mondo fuori dalla vita, ma che invece la vita se la reinventa. In uno dei suoi libri, "Navigazioni di cabotaggio", ha messo insieme i ricordi della sua esistenza, descrivendo la sua famiglia che fabbricava sandali all’interno del Brasile.

Con lui ho avuto degli incontri lunghi e belli; la sua vita me l’ha raccontata con grande allegria, come Vinicius… Avevano lo stesso sguardo amaro sul mondo, ma anche la stessa capacità di allegria, così come la sua sposa, Zélia Gattai -figlia di anarchici friulani emigrati per evitare il fascismo- che lo seguiva con tenerezza ma anche con un grande divertimento. Quando feci una puntata con lui, per il programma “Storie”, ed ogni intervistato aveva un ospite che raccontava qualcosa di inedito di lui, Zelia, questa donna ottantenne, entrò nello studio dicendo: “Per me quest’uomo continua ad essere sensuale ed erotico”.

Nel corso della sua vita lei ha conosciuto e intervistato alcune tra le più grandi personalità della storia contemporanea come Fidel Castro, Cassius Clay, il subcomandante Marcos, ma anche numerosi personaggi della cultura come il brasiliano Chico Buarque, che nel proprio paese è molto amato. Saremmo molto interessati ad avere da lei un breve ritratto di questo grande personaggio.

Concordo con quello che dice Franco Fontana, il manager che portò in Italia i grandi della musica brasiliana negli anni Settanta e Ottanta (gli sia dato merito per averceli fatti conoscere): Chico Buarque è una delle persone più serie che esistano in Brasile. Chico è di lignaggio nobile come denuncia il suo cognome, Buarque de Hollanda: i suoi antenati erano conquistatori provenienti dall’Olanda. Ultimamente  ride beffardo del fatto che una delle sue tre figlie abbia sposato il mulatto Carlinhos Brown -un cantautore del momento in Brasile-: “Ho dei nipoti color caffè… pensa i miei antenati come avrebbero visto in modo scandaloso questa situazione!”. Chico è un vero intellettuale, un uomo coltissimo e lo era sin da giovane: l’ho conosciuto quando aveva ventitre o ventiquattro anni, era venuto in esilio perché le sue canzoni avevano dato fastidio alla dittatura: “Funeral de um lavrador”, o “A pesar de você” che recita: “ Malgrado te, domani sorgerà il sole, ti stupirà il fatto che sarà sorto senza che tu lo abbia comandato…”.

Lui ha sempre amato l’ironia sottile: mi ricordo di un verso meraviglioso  sull’omicidio bianco di un lavoratore che cade dall’impalcatura. Per sottolineare l’inadeguatezza di un povero lavoratore brasiliano a quello che chiamano “sviluppo” (come ha detto Pasolini, “Nel mondo c’è stato lo sviluppo, ma non il progresso”) scrisse: “…E cadde contromano intralciando il traffico…”. La sua, è un’ironia nera, a me piace questa sua finezza intellettuale. Ora è finalmente diventato, alla soglia dei sessant’anni, quello che voleva veramente essere: uno scrittore. In Italia hanno pubblicato solo due dei suoi libri. Ha cominciato scrivendo versi per samba, poi teatro e poi romanzi. In Francia i suoi scritti hanno avuto molto successo, tant’è vero che è stato insignito della Legion d’Onore.

Chico è una persona molto tenera, molto dolce, non alza mai la voce, ma allo stesso tempo è capace di schierarsi: la dittatura lo individuò come un pericolo e lo costrinse ad andarsene con la sua giovane moglie Marietta. Arrivò in Italia, era il 1969. ma era già diventato famoso nel mondo perché aveva composto “La banda”, che Mina aveva reso un successo anche in Italia. Molto amato dalle donne con i suoi occhi azzurri, è rimasto ragazzo per tutta la vita e gioca a pallone praticamente tre volte alla settimana: si è fatto costruire a casa il campo di calcio, ed organizza divertentissime partite fra artisti. L’unico litigio che abbia avuto nella sua vita è stato con Toquinho proprio per una partita di calcio. Non si parlarono per due anni, e devo dire che poi fecero pace, forse un pò per merito mio: non riuscivo a mettermi in contatto con lui per una trasmissione televisiva e Toquinho, che era in Italia, si offrì di aiutarmi. Chiamò due o tre amici, Chico aveva cambiato numero, lo rintracciò… e fu così che si riappacificarono.

Cosa si sentirebbe di consigliare a un giovane che nell’Italia berlusconiana voglia fare giornalismo con un approccio meno anglocentrico di quello corrente, dando voce ai poveri, agli oppressi, agli ultimi della terra? Meglio lasciare perdere?

Mai lasciar perdere, però non è facile. Bisogna creare piccoli circuiti, fogli di controinformazione, come ha fatto ad esempio recentemente un gruppo di ragazze di Palermo, che ha dato vita alla rivista mensile “Tribù astratte”. Tante volte, un piccolo movimento che produca un foglio povero - che però ha dentro delle idee interessanti-, può essere notato da qualcuno e diventare immediatamente una realtà della controinformazione.

 

Link:

http://www.giannimina.it  (Sito ufficiale di Gianni Minà)

http://www.giannimina-latinoamerica.it/  (Edizione web della rivista "Latinoamerica")