Indios, mendicanti e altri meno uguali:

 riflessioni sul "Caso Galdino"

 

 

di Rogério Diniz Junqueira

 

(em portugues)

La forma suicida  espressa dal  nostro lasciarci

 invadere dalla violenza senza opporre esistenza

 è  forse  un segnale del nostro desiderio latente

   di  distruggere ciò che non abbiamo il coraggio

 di trasformare. (Jurandir Freire Costa)

 

 

       Il 20 aprile 1997, la capitale del Brasile si svegliò attonita e l'intero paese, turbato. Un indio, Galdino de Jesus do Santos, che dormiva a una fermata del bus aspettando le prime luci del giorno, si svegliò al calore delle fiamme che gli avvolgevano il corpo. Galdino fu trasformato in una torcia umana come risultato di uno "scherzo" orditogli da cinque giovani della classe media e medio-alta della città, che cosparsero su di lui due litri di alcol dandogli poi  fuoco. Tornavano da una notte di divertimento ed erano a caccia di emozioni più forti, certi che la loro posizione sociale garantisse loro totale impunità. L'emozione fu garantita: con il 95% della superficie del suo corpo bruciata, Galdino morì in meno di 24 ore. L'impunità, invece, non tanto: la notizia del crimine portò la città a vestirsi a lutto e il Brasile a vergognarsene. I "ragazzi" furono presi in flagrante, suscitando le più differenti reazioni nella popolazione. Come essi stessi dissero, "lo scherzo è riuscito male". E ancora: "Pensavamo che fosse un barbone". Ah, bene... Trascorsi quasi cinque anni, nello scorso novembre, i responsabili sedevano al banco degli imputati per ascoltare la sentenza della loro condanna dinanzi alla giuria popolare. Una condanna necessaria, che avrebbe tuttavia dovuto essere accompagnata da una discussione più radicale e da azioni ancora più radicali, tali da promuovere quella trasformazione indispensabile a far sì che atti di simile violenza non abbiano più a ripetersi. Senza tale dibattito e conseguenti provvedimenti, corriamo il rischio di veder consolidata l'idea, molto comoda, che giustizia è stata fatta con la punizione degli unici responsabili di un atto isolato.

 

Indio Galdino

 

Galdino aveva 44 anni, moglie e tre figli. Era membro e consigliere della comunità Pataxó-Hã-Hã-Hãe del villaggio Caramuru-Catarina-Paraguaçu, situata nel comune di Pau-Brasil, sul litorale sud di Bahia, dove nacque e trascorse tutta la vita. Galdino non si trovava a Brasilia per passatempo. Nonostante la sua timidezza e la sua sommaria conoscenza della lingua portoghese, il suo carattere diplomatico lo aveva portato per la seconda volta nella capitale. Accompagnava una delegazione dei Pataxó che chiedeva garanzie al governo federale, come prescritto dalla costituzione, di assicurare l'integrità delle terre del suo popolo, invase da più di 400 fazendas. Correva il 19 di aprile, data ufficiale della "Giornata dell'Indio". Durante quel giorno, egli partecipò a riunioni insieme a differenti delegazioni indigene. Più tardi si recò in udienza al Ministero della Giustizia. Aderì al Movimento dei Sem Terra e partecipò alle loro manifestazioni, abbracciando una causa che non era immediatamente la propria. La sera partecipò anche a una festa organizzata dal Funai (organo ufficiale di assistenza ai popoli indigeni brasiliani) in occasione della Giornata dell'Indio. Mentre tornava al suo alberghetto, Galdino si perse per le strade della capitale. Non trovò nessuno che potesse aiutarlo in tempo a decifrare la sequenza logica di quelle vie. Nota per la relativa scarsità di pedoni, Brasilia non di rado suscita nei propri visitatori una sensazione di estraneità e solitudine. Il che può essere una gradevole esperienza, se si dispone di tempo e denaro. Quando finalmente riuscì a tornare alla sua pensione, sita sulla SQS 703, prossima alla W-3 Sud, era troppo tardi e non riuscì a entrare. Continuò allora a camminare e trovò ricovero a una fermata di autobus, dove, stanco e umiliato, si sdraiò addormentandosi su una panchina di cemento, indifferente alle auto che transitavano sulla W-3 Sud ad alta velocità.

 

Scherzi "televisivi" alla fine di una notte di primavera

 

Per certe persone deve essere proprio insopportabile trascorrere la fine di una nottata infrasettimanale nella capitale federale, così lontana dal frastuono frenetico delle città del litorale brasiliano. Era già notte fonda quando un'auto carica di cinque ragazzi passò davanti a quella fermata di autobus. Cercavano un modo movimentato di concludere la nottata. Ragazzi di buona famiglia: uno di loro è figliastro dell'ex ministro del Tribunale elettorale supremo, un altro figlio di un giudice federale, e i rimanenti sono figli di famiglie meno importanti nell'ambito della repubblica. Discorrevano tra loro di amenità e si ricordarono delle gag trasmesse in televisione. Perché non inscenarne una? Cosa vi è di male in uno scherzo tv? Un passatempo inoffensivo, fatto su misura per coloro che intendono prendersi gioco di altre persone, sottomesse a situazioni coatte. Tutto qui. Uno di loro, intanto, suggeriva di far prendere un bello spavento a quel tizio addormentato appena avvistato. Un altro parlò di fuoco, e tutti si eccitarono. Girarono per quasi un'ora e mezzo per trovare un distributore aperto che accettasse di vendere loro due litri di alcool. E poi tornarono sul posto: lasciarono l'auto sulla W-2 Sud, per facilitarsi la fuga, si suddivisero i fiammiferi, cosparsero di alcol il corpo esausto dell'indio, gli diedero fuoco e scapparono, lasciandolo tra urla di dolore. Eh, già: "il gioco è riuscito male". Furono rincorsi da un altro ragazzo che tornava dal lavoro con la sua ragazza, che riuscì ad annotare il loro numero di targa. Non fu difficile per la polizia arrivare a loro, già alle sei del mattino. Fu invece difficile spegnere le fiamme che intanto divoravano il corpo di Galdino. Altri automobilisti che passavano e che si fermarono a soccorrere la vittima ebbero grande difficoltà persino a descrivere la scena di qualcuno in fiamme che si dimenava disperatamente urlando "Mio Dio, aiutatemi!". A Galdino trovarono intatte soltanto parti della zona del cuoio capelluto e le regioni plantari (le piante dei piedi).

 

Il caso Galdino

 

La morte dell'indio Galdino mostrò senza equivoci (e se vi fossero ancora dubbi) il volto elitario del potere giudiziario brasiliano, le falle del nostro sistema penitenziario, oltre a una classe media divisa tra l'essere intimamente solidale con i settori dominanti e oppressori, e il legarsi a quei settori impegnati nella costruzione di un ordine sociale e politico libero, diretto alle istanze effettive della maggioranza della popolazione Molto indicativo, in proposito, il testo di una lettera recentemente inviata da una sconosciuta alla madre di uno di quei perdigiorno: "Credo che la sofferenza dei genitori dei ragazzi accusati somigli, o sia ancora maggiore, alla sofferenza della madre di quell'indio. Suo figlio è tornato a Dio, ma quei giovani sono vivi e si porteranno dietro una croce per il resto della propria vita...". Senza pretese di sviscerare il caso o di analizzarne a fondo i diversi aspetti, vale la pena di sottolineare solo alcuni di quelli che dai media sono stati riassunti sotto il nome di "Caso Galdino". Per coloro che sono interessati a conoscere i dettagli delle indagini, del processo, dei tentativi di ridimensionare il crimine da parte del magistrato che ha condotto il caso, delle manovre e delle pressioni contro la procura, il giudizio e la sentenza, vale la pena di una visita al sito del Conselho indigenista missionario (Cimi):

 http://www.cimi.org.com.br

 

Mendicanti e criminali

 

E' probabile che i giovani che commisero lo "scherzo tv" non abbiano riconosciuto in un indio la persona che dormiva nella penombra di quella fermata di autobus. Ma sapevano che era un povero. "Pensavamo fosse un barbone" è stata la spiegazione con cui si sono discolpati i cinque ragazzi. Bruciando vivo un indio pensando si trattasse di un questuante, hanno posto in piena evidenza come le elite brasiliane e chi le fiancheggia considerano la maggioranza della popolazione e la violenza a cui cercano continuamente di sottometterla. Tutto ciò ha ragioni storiche profonde. Come da tempo segnala il sociologo Octavio Ianni, "il modo con cui il colonizzatore portoghese e il gesuita organizzarono la società, l'economia, la politica e la cultura del Brasile-colonia sembra essere un modello molto simile a quello mediante il quale i gruppi e le classi dominanti, anni e secoli dopo, continuano ad adottare nei confronti della maggioranza del popolo". Permane vivo nella cultura dominante brasiliana lo spirito di colonizzazione, del conquistatore che sottomette, esplora e spoglia la nazione. Oggi, settori delle classi dominanti, insieme ad alleati di alta gerarchia militare, ecclesiastica, giuridica e accademica, associati al capitale transnazionale e speculativo, lottano contro il lavoratore cittadino o rurale, il nero, l'indio o il povero in generale come contro un popolo conquistato. Come disse Cristovam Buarque, che era governatore del Distretto federale all'epoca del crimine, "è da cinque secoli che bruciamo indios e poveri con la fame, la mancanza di scuole, trascinando corpi dolenti senza assistenza medica, la prostituzione dei bambini, lo sterminio dei meninos de rua, il dolore vergognoso della disoccupazione.

La mai troppo citata filosofa Marilena Chauí assicura che, dal punto di vista etico, si commette un atto di violenza nell'asserire che qualcuno non è un soggetto ossia non è razionale, non è cosciente, non è libero e responsabile e, per questo, può essere trattato come una cosa, compreso l'essere bruciato vivo. La squalifica di questo soggetto come essere morale ci disobbligherebbe a considerarlo come essere autonomo e potenziale produttore di norme etiche o come proprio simile nell'obbedienza alle leggi, o, infine, come qualcuno che deve essere rispettato nella sua integrità fisica e morale. In questo modo, in una società come quella brasiliana, "la distanza tra la moralità astratta universale della classe dominante e il quotidiano sociale è quasi incolmabile". Ciò perché si tratta di una società autoritaria, razzista e sessista in cui "le differenze e le asimmetrie sociali e personali sono immediatamente trasformate in diseguaglianze, e queste, gerarchicamente, in comando e obbedienza". La società brasiliana si realizza istituzionalmente e strutturalmente sotto forma di violenza. Così Galdino, come povero o come indio, secondo questa prospettiva potrebbe difficilmente sottrarsi al diversivo criminoso dei suoi aguzzini. Quasi che pericoloso fosse egli stesso.

Il padre di uno degli assassini di Galdino non esitò ad affermare in numerosi articoli pubblicati dai grandi giornali: "Mio figlio non è un criminale". Chiaro che no! Secondo la più solida tradizione giuridica brasiliana, i criminali rientrano nella categoria delle tre "p": "preto" (nero), "pobre" (povero) e "prostituta". Non era questo il caso. Perlomeno due di questi ragazzi fanno parte delle classi "di coloro che sanno e di coloro che possono". Nessun crimine può essere loro ascritto. Secondo questa prospettiva, ciò che hanno fatto sarebbe stata una "birichinata".  Gli atti "criminali" devono essere trattati con il massimo rigore da parte della legge; le "birichinate", con la massima accondiscendenza. Quanto a ciò, lo storico Jaime Pinsky ha offerto una preziosa testimonianza: "Ricordo il sorriso di comprensione di un importante avvocato di São Paulo quando suo figlio irruppe in casa, in nostra presenza, con alcuni cartelli stradali di stop che, con alcuni amici, aveva espiantato a un incrocio del quartiere per vedere se succedeva qualche incidente. La cosa triste è che il tema della riunione era prendere misure adeguate contro i "teppisti di periferia" che spaccano i telefoni pubblici". I "teppisti di periferia", da un lato, e i "giocherelloni" coi cartelli e i "birichini"  incendiari umani, dall'altro...

Se tutto questo quadro grottesco non diventerà oggetto di un serio dibattito nei più disparati settori della società brasiliana, a nulla sarà servito il sacrificio di Galdino.

 

Sentenza, mugugni e toré...

 

Alle prime ore del 10 novembre scorso, quando fu proferita la sentenza di condanna a 14 anni di reclusione per i quattro giovani (il quinto all'epoca era minorenne, la pena è stata trasformata ed è già in libertà), i rappresentanti indios presenti che si rallegrarono e applaudirono la decisione del giurì furono disapprovati dalla maggioranza dei presenti in aula. Ma gli indios non si lasciarono abbattere per questo ulteriore tentativo di umiliazione da parte di un'elite e una classe media che manifesta la propria solidarietà al contrario. Gli indios organizzarono un rituale, un toré cantato e danzato dai differenti popoli indigeni che avevano assistito al processo. Un toré che accomunò la forza viva di esseri ancestrali, degli incantati, di esseri di luce appartenenti ai Pataxó, ai Xukuru, ai Truká, ai Tupinambá, ai Tumbalalá e agli altri gruppi sociali presenti, per chiedere protezione e pace per tutti coloro che, indios o non indios, che si battono per la giustizia.

E' stato importante aver ottenuto la condanna degli esecutori di Galdino, ma non è sufficiente. Condannandoli, la società brasiliana si è forse limitata ad affermare che essi sono gli unici responsabili di un atto che ipotizza come isolato di pura e barbara "birichinata". Cadremmo nella trappola dell'ideologia dominante se utilizzassimo perfino gli stessi termini di coloro che hanno fatto di tutto per assolvere i "ragazzi". Saremmo liberi di continuare a passare di fianco a migliaia di altri poveri che dormono alle fermate degli autobus, ai bambini che chiedono l'elemosina ai semafori o si propongono ai turisti sessuali, etc. La nostra coscienza civica sarebbe tacitata, perché potremmo dire loro: "Se sarete bruciati vivi, condanneremo i vostri aguzzini". Ma basterà?

 

L'autore è giornalista e docente di Sociologia all'UniCEUB di Brasilia.

 

 

(em portugues)

Indios, mendigos e outros menos iguais:

 reflexões sobre o “Caso Galdino”

 

por Rogério Diniz Junqueira

 

“A forma suicida como nos deixamos invadir  pela violên-

cia, sem nada fazer, é talvez um sinal desse desejo latente

  de destruir o que não temos coragem de transformar.”

(Jurandir Freire Costa)

 

 

Em 20 de abril de 1997, a capital do Brasil amanheceu atônita e o país, abalado. Um índio, Galdino de Jesus dos Santos, que dormia em uma parada de ônibus à espera das primeiras luzes do dia, acordou com o calor das chamas que envolviam seu corpo. Galdino foi transformado em uma tocha humana como resultado de uma “brincadeira” feita por cinco jovens de classe média e média-alta brasiliense, que despejaram sobre ele dois litros de álcool combustível e atearam-lhe fogo. Eles voltavam de uma noite de diversão e extrapolaram em uma busca de emoções ainda mais fortes, certos que suas posições sociais lhe garantiriam toda impunidade. A emoção foi garantida: com 95% da superfície de seu corpo queimada, Galdino morreu em menos de 24 horas. A impunidade, porém, nem tanto: a notícia do crime fez a cidade vestir luto e o Brasil envergonhar-se. Os “rapazes” foram presos em flagrante, suscitando as mais diferentes reações na população. Como eles mesmos disseram, “a brincadeira saiu errado”. E mais: “Pensávamos que fosse um mendigo”. Ah, bom... Passados quase cinco anos, no último mês de novembro, os acusados sentaram-se nos bancos dos réus para ouvirem a sentença de suas condenações diante do júri popular. Uma condenação necessária, mas que deveria se acompanhar de uma discussão mais radical e de ações de radicalidade ainda maior no sentido de promover a transformação indispensável para que não se vejam mais atos de semelhante violência por aqui. Sem essa discussão e as devidas providências, corremos o risco de ver consolidada a idéia, muito cômoda, que justiça foi feita com a punição dos únicos responsáveis por um ato isolado.

 

Índio Galdino

 

Galdino tinha 44 anos, esposa e três filhos. Era membro e conselheiro da comunidade Pataxó-Hã-Hã-Hãe, da aldeia Caramuru-Catarina-Paraguaçu, situada no município de Pau-Brasil, no litoral sul da Bahia, onde nasceu e passou a vida toda. Não era por diversão que Galdino estava em Brasília. Apesar de sua timidez e de seu precário domínio da língua portuguesa, seu caráter conciliador o tinha trazido pela segunda vez à capital. Ele acompanhava uma delegação dos Pataxó, que reivindicava do governo federal providências no sentido de assegurar, conforme estabelecido pela Constituição, a integridade das terras de seu povo, invadidas por mais de 400 fazendas. Corria o 19 de abril, data oficial de comemoração do “Dia do Índio”. Durante aquele dia, ele participou de reuniões com diversas lideranças indígenas. Mais tarde teve uma audiência no Ministério da Justiça. Aderiu ao Movimento dos Sem Terra e entrou na marcha deles, abraçando uma luta que não era imediatamente a sua. À noite foi a uma festa organizada pela FUNAI (órgão oficial de assistência aos povos indígenas brasileiros) precisamente em homenagem ao “Dia do Índio”. Na volta para sua pensão barata, Galdino perdeu-se pelas avenidas da capital. Não houve quem pudesse ajudá-lo a decifrar ainda em tempo a seqüência lógica daquelas ruas. Famosa pela sua relativa ausência de pedestres, Brasília costuma promover nos seus novos visitantes uma sensação de extravio e de solidão. Pode até ser divertido para quem dispõe de tempo e dinheiro. Quando finalmente encontrou sua pensão, na SQS 703, próxima à W-3 Sul, já era tarde demais e não pôde entrar. Galdino continuou caminhando e encontrou abrigo em uma parada de ônibus, onde, cansado e humilhado, deitou e adormeceu num banco de concreto, alheio aos carros que passavam pela W-3 Sul em alta velocidade.

  

Uma “pegadinha” no fim de uma noite de primavera

Para certas pessoas deve ser mesmo muito tedioso um fim de noite durante a semana na capital federal, longe da badalação frenética das cidades litorâneas brasileiras. Já era noite funda quando o carro que levava um grupo de cinco rapazes passou em frente daquela parada de ônibus. Eles procuravam um fim de noite mais animado. Meninos de boa família: um deles é enteado do ex-ministro do Supremo Tribunal Eleitoral, outro é filho de um juiz federal, e os demais são filhos de gente menos graúda na República. Falavam de amenidades e se lembraram das “pegadinhas” transmitidas pela TV. E por que não? O que há de mal em uma “pegadinha”? É uma brincadeira supostamente inofensiva, feita para que as pessoas se divirtam do vexame de outras pessoas, submetidas a situações constrangedoras. Só isso. Alguém, então, teve a idéia de pregar um susto naquele sujeito adormecido avistado há pouco. Outro falou em fogo, e todos se excitaram. Tiveram que rodar por quase uma hora e meia para encontrar um distribuidor de combustível aberto que aceitasse lhes vender dois litros de álcool combustível. E lá estavam eles de volta: deixaram o carro na W-2 Sul, para facilitar a fuga, repartiram os fósforos, derramaram o álcool sobre o corpo exausto do índio, atearam-lhe fogo e escaparam, deixando-o aos berros de dor. Pois é, a “brincadeira deu errado”: foram perseguidos de carro por um rapaz que voltava do trabalho com sua namorada, que conseguiu anotar-lhes o número da placa. Não foi difícil para a polícia chegar até eles, às 6 da manhã. Difícil foi apagar as labaredas que consumiam o corpo de Galdino. Outros motoristas que passavam pelo local e que pararam para socorrer a vítima tiveram enormes dificuldades até mesmo para descrever a cena de alguém agitando-se desesperadamente, ardendo em chamas e ululando: “Ai, meu Deus, me ajuda!”. Sobraram-lhe intactas apenas partes do couro cabeludo e das regiões plantares (a sola dos pés).

  

“Caso Galdino”

  A morte do índio Galdino mostrou sem retoques (como se ainda fosse necessário fazê-lo) as faces elitistas do Judiciário brasileiro, as falhas do nosso sistema penitenciário, além de uma classe média dividida entre permanecer tão umbilicalmente solidária com os setores dominantes e opressores ou ligar-se aos setores empenhados na construção de uma ordem social e política livre, voltada ao atendimento efetivo das necessidades da maioria da população. É muito indicativo o trecho de uma carta recentemente enviada por uma desconhecida à mãe de um dos “peraltas”: “Acredito que o sofrimento dos pais dos acusados é semelhante, ou até maior, do que o sofrimento da mãe do índio. O filho dela voltou para Deus, mas os jovens permanecem vivos e com uma cruz que carregarão para o resto de suas vidas...”. Sem pretender discutir aqui a fundo os mais diversos aspectos do caso, vale ressaltar apenas alguns desse que foi chamado na imprensa o “Caso Galdino”. Para os que se interessarem saber detalhes acerca das investigações, do processo, das tentativas de descaracterizar o crime por parte da juíza que conduziu o caso, das manobras e pressões contra a Procuradoria, do julgamento e da sentença, vale uma visita ao “site” do Conselho Indigenista Missionário: www.cimi.org.com.br.

  

Mendigos e criminosos

É provável que os jovens que cometeram a “pegadinha” não tenham mesmo reconhecido um índio na pessoa que dormia na penumbra daquela parada de ônibus. Mas sabiam que era um pobre. “Pensamos que fosse um mendigo” foi a desculpa apresentada pelos cinco rapazes. Ao queimarem vivo o índio Galdino pensando se tratasse de um esmoleiro, puseram em plena evidência como as elites brasileiras e seus seguidores continuam vendo a maioria da população e a violência a que procuram continuamente submetê-la. Isso tem raízes históricas profundas. Como há tempos assinala o sociólogo Octávio Ianni, “o modo pelo qual o colonizador português e o jesuíta organizaram a sociedade, a economia, a política e a cultura do Brasil-Colônia parece ter instituído um padrão muito característico do modo pelo qual os grupos e classes dominantes, anos e séculos depois, continuam a lidar com a maioria do povo”. Permanece vivo na cultura dominante brasileira o espírito da colonização, do conquistador que submete, explora e espolia a nação. Hoje, setores das classes dominantes, com aliados da alta hierarquia militar, eclesiástica, jurídica e acadêmica, associados ao capital transnacional e especulativo, lidam com o trabalhador urbano ou rural, o negro, o índio ou o pobre em geral como um povo conquistado. Como disse Cristóvam Buarque, que era governador do Distrito Federal à época do crime, “há cinco séculos que queimamos índios e pobres, pela fome, pela condenação à falta de escolas, pelo arrastar dos corpos doentes sem atendimento médico, pela prostituição de crianças, pelas chacinas de meninos de rua, pela dor vergonhosa do desemprego”.

A nunca por demais citada, a filósofa Marilena Chauí assevera que, do ponto de vista ético, comete-se um ato de violência à medida que se considera que o outro não é um sujeito, ou seja, não é racional, não é consciente, não é livre e não é responsável e, por isso, pode ser tratado como uma coisa, inclusive queimado vivo. A desqualificação desse sujeito como ser moral nos desobriga a vê-lo como um ser autônomo e criador potencial de normas éticas ou como parceiro na obediência às leis ou, enfim, como alguém que deva ser respeitado em sua integridade física e moral. Deste modo, numa sociedade como a brasileira, “a distância entre a moralidade abstrata universal da classe dominante e o cotidiano social é quase intransponível”. Isto porque é uma sociedade autoritária, racista e sexista na qual “as diferenças e assimetrias sociais e pessoais são imediatamente transformadas em desigualdades, e estas, em relação de hierarquia, mando e obediência.” A sociedade brasileira se realiza institucional e estruturalmente sob a forma da violência. Assim, Galdino, como pobre ou como índio, segundo esta perspectiva dificilmente poderia deixar de se prestar à diversão criminosa de seus algozes. O perigoso talvez até fosse ele.

O pai de um dos assassinos de Galdino não hesitou em afirmar em inúmeros artigos publicados em jornais da grande imprensa: “meu filho não é um criminoso”. Claro que não! Segundo a mais sólida tradição jurídica brasileira, os criminosos se encerram na categoria dos “três P’s”: “preto”, “pobre” e “prostituta”. Não era o caso. Pelo menos dois deles compõem as classes “daqueles que sabem e daqueles que podem”. Não haveria crimes para eles. Segundo esta perspectiva, o que fizera teria sido uma “travessura”. Os “criminosos” devem ser tratados no máximo rigor da lei; os “travessos”, com condescendência máxima. Quanto a isso, o historiador Jaime Pinsky prestou um bem ilustrativo depoimento: “Lembro-me do sorriso de compreensão que um importante advogado de São Paulo abriu quando seu filho irrompeu em casa, na nossa presença, com algumas placas de trânsito (PARE) que ele, com alguns amigos, haviam arrancado de esquinas do bairro para ver ‘se rolava alguma trombada’. O triste é que o tema da reunião era encontrar providências adequadas contra ‘humos da periferia’ que destruíam os orelhões”. Os “hunos da periferia”, de um lado, e os “brincalhões” das placas e os “travessos” incendiários humanos, de outro...

Se todo esse quadro grotesco não for objeto de profunda discussão nos mais diversos setores da sociedade brasileira, de nada terá servido o sacrifício de Galdino.

  

Sentença, vaias e torés

Na madrugada do último 10 de novembro, quando foi proferida a sentença da condenação a 14 anos de prisão aos quatro jovens (o quinto à época era menor de idade e cumpriu a pena em outro regime e já está em liberdade), os representantes indígenas presentes que se alegraram e aplaudiram a decisão do júri foram vaiados pela maioria dos presentes no auditório. Mas os índios não se deixaram abater por mais esta tentativa de humilhação por parte de uma elite e uma classe média que manifesta sua solidariedade às avessas. Os índios fizeram um ritual, um “toré”, cantado e dançado por diferentes povos que acompanhavam o julgamento. Um “toré” que uniu a força viva dos ancestrais, dos encantados, dos seres de luz dos Pataxó, dos Xukuru, dos Truká, dos Tupinambá, dos Tumbalalá e de outros povos ali presentes, para pedir proteção e paz a todos aqueles que, índios ou não, clamaram por justiça.

Foi importante ter obtido a condenação dos executores de Galdino, mas não é o suficiente. Ao condená-los, a sociedade brasileira talvez esteja se limitando a acreditar que eles sejam os únicos responsáveis por um ato supostamente isolado de pura e bárbara “travessura”. Cairíamos na armadilha da ideologia dominante, utilizando até os mesmos termos daqueles que procuraram inocentar os “rapazes”. Ficaríamos livres para continuar passando ao lado de milhares de outros pobres dormindo em paradas de ônibus, crianças pedindo esmolas nos semáforos ou se entregando aos turistas do sexo etc. Nossa consciência cívica estaria preservada, porque poderíamos lhes dizer: “Se vocês forem queimados vivos, nós condenaremos os seus algozes”. Será que basta?

 

O autor è jornalista e professor de Sociologia no UniCEUB de Brasilia.