Recensioni CD & Cronache Concerti

 

RITA LEE

Aqui ali em qualquer lugar

CRISTINA SARAIVA   &Parceiros

Primeiro Olhar

LUCAS SANTTANA

EletroBenDodô 

PAULO MOSKA

Eu falso da minha vida o que eu quiser

URI CANE

Rio

 

JORGE BEN

Samba Esquema Novo

RENATO MOTHA

Todo

JOAO DONATO

Remando na raia

AUTORI VARI

Samba Soul '70!

- Cronaca concerto di Virginia Rodrigues - Milano, 18 dicembre - di Fabrizia Clerici -

 

 

 

Rita Lee - "Aqui ali em qualquer lugar"
Abril Music - 2001
1105022-2
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Ecco uno stupendo esempio di artista che ha fatto la storia della MPB e rifiuta di riposare sugli allori, ripetendosi o rifugiandosi nel passato. Rita Lee ha grinta e classe da vendere e a chi la supplica di ritornare sui suoi passi per far rivivere la leggenda dei Mutantes (in America e in Inghilterra c'è gente che ucciderebbe per le copie originali e siamo praticamente in presenza di un culto) lei risponde inanellando instancabilmente una serie di perle musicali. Se "3001" aveva consolidato l'anno scorso il suo lato dionisiaco - la fama di rocker impenitente, creativa e d'avanguardia - questo "Aqui alì em qualquer lugar" è un tuffo nel mondo più classico e apollineo che si possa immaginare, un viaggio nelle origini del pop moderno che farebbe tremare le vene ai polsi di chiunque. Rileggere i Beatles non è cosa facile, neanche per chi ha introdotto lo yé-yè e le sperimentazioni hippie in Brasile, ma la cantante paulista lo fa con uno charme e una raffinatezza stilistica indiscutibili, concedendosi il vezzo di tradurre in portoghese quattro brani e, last but not least, piazzando in vetta alle classifiche il trascurato gioiellino "If I Fell" (in brasiliano "Pra voce eu digo sim"). Ed è subito capolavoro. Non per nulla Rita si sceglie come compagni di viaggio, oltre al marito Roberto de Carvalho, gente come Joao Donato al piano e Toninho Ferragutti all'acordeon. Di fronte a un progetto così sistematico, ci si chiede quale possa essere la chiave di lettura che getti nuova luce sul repertorio dei Fab Four. E' presto detto: né filologia pura né stravolgimento etnico, piuttosto una sottile ricerca espressiva che faccia emergere le componenti armoniche e ritmiche più affini all'anima brasiliana, traslando più che sostituendo, rivivendo più che imitando. Il gioco, di ricercatissimo equilibrio formale, riesce quasi sempre, e incanta. Tra i capolavori, la languida inflessione bossanova di "All my loving", la coloritura delicatamente forrò di "I want to hold your hand" e la dolcezza della già citata ballad "Pra voce eu digo sim", che pare uscita dalla penna di un Roberto Carlos (in giornata ispirata). Miracolosamente, perfino un classico della controcultura lisergica come "Lucy in the sky with diamonds", quanto di apparentemente più lontano dal paese del samba, acquista qui nuove fantasiose tinte sincopate, e una "credibilità" e "omogeneità" col percorso sonoro che stupiscono e deliziano. Da acquistare il prima possibile. 

(Giangiacomo Gandolfi)

 

Cristina Saraiva & Parceiros - "Primeiro Olhar"
Tiè - 2001
TIECD005
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Approdata alla scena musicale da soli 7 anni, il percorso della carioca Cristina Saraiva è atipico. Diventata produttrice discografica per caso nell'ambito di un progetto sulla memoria musicale del Brasile che coordinava come insegnante di storia, è stata quasi subito invogliata a cimentarsi anche come compositrice dai primi, immediati, segnali positivi. Strada tutta in salita per una donna anche in Brasile, quest'ultima, e per lo più accessibile a chi riesce a proporre di sè un'immagine rampante e talvolta virilizzata, come nei casi di Ana Carolina, Zélia Duncan e della recentemente scomparsa Cassia Eller. Ma Saraiva sembra essere più propensa alla dolcezza e alla politica dei piccoli passi: dopo essersi fatta conoscere nell'ambiente musicale, ha iniziato a collaborare con alcuni giovani musicisti e interpreti ai quali ha affidato le proprie composizioni. "Primeiro Olhar", pubblicato dalla Tié, una piccola etichetta indipendente da lei fondata, è un po' la summa di questi anni di felice apprendistato: 13 belle canzoni all'insegna di un romanticismo non di maniera, come da qualche tempo anche in Brasile si faticano a trovare, prodotte insieme a Mauricio Maestro che ne ha curato anche la direzione musicale, eseguite con strumenti tradizionali, senza campionamenti e ammiccamenti alle mode. Il risultato è un disco che sembra di altri tempi, ma non per questo risulta poco godibile: disvela emozioni, immagini e modelli musicali dell'autrice, da Milton Nascimento a Edu Lobo, a altri autori "classici" della canzone brasiliana. E contiene alcune perle, tra cui la miltoniana "Laranjeiras", interpretata dalla giovane Simone Guimarães, cantautrice già lanciata dalla stessa Saraiva in coppia con la quale firma alcune tra le più belle canzoni di questo disco. Si ricordano inoltre "Primeiro Olhar", scritta con Sergio Farias e cantata da Marcia Tauli; e "Sem Despertar", interpretata dalla stessa Saraiva. Non sempre gli interpreti sono all'altezza delle composizioni, ma il lavoro risente favorevolmente della atmosfera collaborativa, e emana una sensazione di autenticità.     (il disco è reperibile al seguente indirizzo: tie@iis.com.br)

(Fabio Germinario)   

 

Lucas Santtana - EletroBenDodô 
Natasha - 1999
789700903112, 4601400
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Sgombriamo subito il campo dagli equivoci, affermando che Lucas Santtana non è il nuovo Chico Science, come spesso è stato invece apostrofato. Questo disco ha iniziato a circolare in Brasile all'inizio del 2000, ma solo nel corso del 2001 è stato stabilmente distribuito in Europa; fortunatamente, perché raramente negli ultimi tempi si sono ascoltate sonorità così avvincenti. Lucas Santtana è di Bahia, e ciò basta a porre una prima distinzione stilistica con l'eredità di Chico Science, con cui presenta comunque tratti in comune. Di differente c'è sicuramente l'attitudine più solare, e un certo maggiore disimpegno che traspare dai testi. Di simile, invece, c'è un'idea musicale post-tropicalista che si esprime in una mescolanza di fonti, un calderone stimolante ove il funk convive con il samba, con improvvise aperture melodiche da MPB, e si intravede in filigrana finanche un po' di bossanova. Le coordinate di riferimento, volendo, si possono fissare tra Lenine, il Mangue Beat e il binomio Carlinhos Brown-Timbalada. A riprova dei cromosomi tropicalisti, il disco si apre comunque con un breve brano costruito su un campione tratto da "Tropicalia", e subito "Deixe o sol bater" fissa il paradigma estetico del disco, introducendo uno dei vertici di questo lavoro, "Inho, inho". Di rilievo anche "De coletivo ou de metrô", introdotto da un torrido riff di sassofono, subito ripreso da un basso pastoso e funky, subito seguita da un'altra delle vette del disco, "Itapuã @no 2000". Degna di nota anche un'ipnotica versione di Doin' in the death, di James Brown, per berimbau e percussioni varie, così come la toccante bossanova "Mensagem de amor", composta da Herbert Vianna, una parentesi melodica tra le varie tensioni del disco. "Bob Marley vê Muzenza passar, no Olodum Michael Jackson a cantar, a gritar, e a negrada a responder: <<viva o povo do Ilê Ayiê>>" (da "Jimi Gandhy"). 

(Mauro Montalbani)


Paulo Moska - "Eu falso da minha vida o que eu quiser"
Emi - 2001
5339312
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Paulo Moska, che ormai preferisce essere conosciuto solo come Moska, sta attraversando un importante momento di maturazione e di evoluzione creativa. Ampiamente lanciato sulla scena internazionale dalla colonna sonora di "Woman on Top" (quel film leggerino e di cliché con Penelope Cruz improbabile cuoca e rubacuori brasileira) è un cantante e chitarrista della generazione dei Lenine e Chico Cesar, un rocker dotato di voce suadente e penna moderatamente fertile. Con questo lavoro si riconferma alla ricerca di un posto al sole nella nicchia affollata della MPB più attenta alle esigenze e alle influenze del mercato internazionale. E lo fa con perfezionismo e buon gusto innegabile. Rispetto al precedente "Mobile" la line-up dei musicisti è più scarnificata ed essenziale: restano in campo l'onnipresente e ottimo percussionista Marcos Suzano, il tastierista Sacha Amback (già con Lulu Santos) e l'alchimista dell'elettronica Walter Costa. Il prodotto finale è difficile da definire, forse lo si potrebbe chiamare rock da camera (ma pervaso di sensibilità MPB), dal sound estremamente elaborato, limato fino all'ossessione e venato di delicati preziosismi analogici che richiamano le ricerche da modernariato puro degli Stereolab. Tanto perfezionismo sfocia purtroppo in una eccessiva uniformità sonora, che a tratti nuoce al disco, conferendogli una patina quasi "dark", rafforzata dalla scelta predominante di tempi medio-lenti dalla cadenza quasi ipnotica. Ma Moska ha dalla sua un notevole spessore di testi e un approccio ragionato e intellettuale che lo rendono sempre musicista di sicuro interesse. Tra i brani più riusciti vanno ricordati quelli della seconda metà del CD, da "Mentiras Falsas" a "Um ontem que nao existe mais" a "Para sempre nunca mais", spesso giocati sul filo del paradosso e dell'inquietudine esistenziale, e la splendida Venus, con uno struggente recitativo della poesia "Do amor", dello stesso Moska. Un paio di curiosità: "Nunca foi tarde" è la versione portoghese di una cover del rocker statunitense Jeff Buckley ("Lover you should've come over") e la lunga "Oasis" riecheggia in modo inquietante le sonorità di moog e mellotron dei primi Emerson Lake & Palmer. 

(Giangiacomo Gandolfi)


Uri Caine - "Rio" 
Winter & Winter - 2001
910079-2 - 69'02''
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Uri Caine, genio errabondo del pianoforte al confine tra jazz e musica colta, ha fatto tappa a Rio, dall'8 al 13 giugno 2001, accompagnato da Jorge Helder, Paulo Braga, Lula Galvão, Jair Oliveira, Kacau gomes, Cris Delanno e Humberto Cazes, e ha affrontato a modo suo i linguaggi musicali della Terra Brasilis. Il disco apre subito con Samba do Mar, una forsennata batucada, con il pianoforte di Caine che serpeggia frenetico tra le tessiture percussive della scuola di samba Unidos Da Vila Isabel. C'è qui una grande ricchezza di linguaggio musicale, che comprende la bossanova, come in "Dia de Praia", che Uri tratteggia alle tastiere Fender Rhodes, ma anche la fusion alla brasiliana di Teu Chamego, che ricorda un po' gli Azimuth. Uno dei vertici del disco è "Revolucionario", un baião che paga tributo all'epopea dei cangaceiros, e in particolare a Virgulino Lampião e Maria Bonita, senza esimersi di citare Luiz Gonzaga e Jackson do Pandeiro, cantato da Kacau Gomes con pathos e stile decisamente etilico. Com'è nello stile della Winter & Winter sin dai tempi dell'eccellente cofanetto "Cuadernos de la Habana", i vari brani sono inframmezzati da rumori d'ambiente, e registrazioni in presa diretta, compresa la capoeira di "Bondinho de.". Molto bello anche l'hip-hop funk "Combatente", con il rapper Pedro D-Lita. Interessante anche la bossanova "rumorista", nel senso di rumori d'ambiente, di "Na Lapa". C'erano pochi rischi che Uri Caine potesse fare un disco banale o cartolinesco, e non è successo. Per orecchie eclettiche. 

(Mauro Montalbani)


Jorge Ben - "Samba Esquema Novo"
Universal Music - 2001
5181152
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Ragazzi, se non si omaggia di cinque stellette la ristampa del primo Jorge Ben non si vede davvero quale altra occasione possa far sperare di metterle in fila al gran completo. Samba Esquema Novo non è solo un disco pop dei tanti che riemergono in clima di revival, è la nascita di un vero e proprio mito della MPB, una pagina di storia indimenticabile, un monumento alle radici africane del samba e alla loro riaffermazione nel contesto bossanovistico. Già, stiamo parlando del 1963, in piena fioritura di talenti come Jobim, Gilberto, Lyra che inventano un suono ritmico e cool, armonicamente raffinatissimo, la nuova onda che sta per travolgere l'intero mondo musicale, perfino quello - udite udite -notoriamente autarchico degli States. Ed ecco che un giovanotto nero di Rio, un simpatico giocatore del Flamengo, infiamma le platee iniettando "soul" in questo contesto rarefatto e intellettuale. E' già il prefigurarsi del cambiamento, l'apice della bossa e al tempo stesso l'oltre del tropicalismo e del samba-rock. C'è chi storce il naso, e continua a farlo tuttora. I testi di Benjor non sono certo per palati fini, il groove è viscerale e fatto per il corpo più che per la mente, ma non è davvero il caso di essere schifiltosi: siamo in presenza di un capolavoro dalla straordinaria forza di rottura e allo stesso tempo di sublime leggerezza, che potete tranquillamente allineare sullo scaffale più alto della vostra discoteca, magari tra un "Kind of Blue" di Miles Davis e un "Getz-Gilberto" d'annata. Gli arrangiamenti del sassofonista J.T. Meirelles dei Copa 5, di Luis Carlos Vinhas e Carlos Monteiro de Souza sono una delizia per le orecchie, classici senza tempo di smagliante bellezza sonora, la chitarra di Ben swinga con ruvida delicatezza e la sua voce graffia al punto giusto: un equilibrio impeccabile. Che dire di più? Ci sono un pugno di canzoni che la gente continua a reinterpretare instancabilmente, qui distillate con una purezza e un'ingenuità (in un'accezione tutt'altro che critica) impagabili. Mais que nada, Chove chuva, Por causa de voce menina. Il resto, tutto di altissimo livello, è da riscoprire al più presto.

(Giangiacomo Gandolfi)


Renato Motha - Todo 
Paulus - 2001
005427
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Giunto al suo quinto lavoro (pubblicato dalla Paulus, una piccola etichetta di São Paulo) Renato Motha raggiunge con questo disco la maturità artistica. Totalmente sconosciuto al pubblico italiano, il compositore e chitarrista mineiro è musicista completo, dotato di grandi capacità compositive e interpretative e meriterebbe ora di farsi conoscere anche da un pubblico internazionale. "Todo" è un disco elegante, contiene 13 brani composti e interpretati dallo stesso Motha - alcuni dei quali insieme a Patricia Lobato - nei quali si respira quasi ovunque la stessa atmosfera impalpabile, a tratti quasi irreale, tale da renderlo simile ad un album-concept. Gli elementi comuni sono il barocco del Minas Gerais di cui il disco è intriso, con le sue profondità e le sue ridondanze, insieme al gusto della citazione letteraria: qua e là nelle tracce vi sono espliciti riferimenti al poeta portoghese Fernando Pessoa, cui è dedicato il brano-guida dell'album. Tra i momenti più rilevanti, si fanno ricordare proprio quest'ultimo, "Todo", giocato sulla sovrapposizione di voci tra l'autore e Patricia Lobato; la bella "Dança do vento", ricca di effetti sonori creati dalle percussioni di Décio Ramos; e la bella, estatica "Cristal", scritta insieme a Anselmo Carvalho e Valter Braga. Atmosfere decadenti, tempi sospesi e ricercatezza estetica fanno di questo disco un prodotto di non immediata comprensione: il disco mostra infatti il meglio di sè alla distanza, dopo ripetuti e concentrati ascolti. Per anime sensibili.  (il disco è reperibile al seguente indirizzo: vendas@paulus.com.br)

(Fabio Germinario)

 

João Donato - "Remando na raia" 
Lumiar - 2001 
Ld56-01/01 -  50'24''
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Dopo anni letargici, João Donato, il leggendario pianista di Rio Branco, la terza colonna con Jobim e João Gilberto del tempio della bossanova, attraversa ora un periodo di iperattività, grazie anche al sostegno di Almir Chediak, il titolare della Lumiar Discos,tanto che quello oggi commentato è già diventato il suo penultimo disco, essendo nel frattempo uscito "Ê lalá-lai-ê". Le sonorità di questo disco sono dalle stesse parti di "Café com pão", del 1998, forse ancora più virate verso la sua personale formula di jazz globale, coltivata in particolare durante i lunghi periodi di soggiorno in America, ove ha avuto occasione di lavorare e entrare in contatto con artisti come Tito Puente, Cal Tjader, Mongo Santamaria, Bud Shank e Ron Carter. In questo senso, è paradigmatica la versione che João ci offre di Samba de Verão (Marco Valle - P.S. Valle), al tempo stesso leggera e intensa, in cui non c'è una nota fuori posto. Bella anche la nuova versione della sua "Ê menina", molto confidenziale, che fa il paio con "Você e eu" (Carlos Lyra). Lo stile di João Donato si è del resto sempre contraddistinto per l'essenzialità del tocco sulla tastiera, e per l'economia, diremmo quasi l'ecologia, nell'uso delle note. Il disco è interamente strumentale, con l'eccezione di "Homenagem ao Malandro", che vede la partecipazione vocale di Almir Chediak. Una segnalazione per le eleganti tessiture della chitarra jazz di Ricardo Silveira. Un disco estremamente godibile, e un buon inizio per chi volesse avvicinarsi all'opera di questo totem della musica brasiliana. 

(Mauro Montalbani)


Autori Vari - Samba Soul '70!
Ziriguiboom-Crammed Discs - 2001 
Zir 07, 4601400
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Samba soul o samba rock, un movimento nato a Rio e Sampa alla fine degli anni '60, influenzato dal Black Power americano, che diede vita a un ibrido afro-americano-brasiliano, inserendo nel tessuto musicale brasiliano elementi R'n'B e funky. Questo disco, compilato e selezionato da Béco Dranoff, Marc Hollander e DJ Dalua dei Bossacucanova, funge da ideale complemento alla serie uscita qualche anno fa per la Blue Note (Blue Brazil), di cui riprende tra l'altro quattro brani ivi già pubblicati. Samba rock, non a caso, è il titolo del nuovo disco del Trio Mocotó, ed infatti João Parahyba, percussionista e batterista del gruppo, firma le note di copertina di questo progetto. I gruppi che hanno fatto la storia di questo genere ci sono praticamente tutti: Banda Black Rio, Trio Mocotó, Bebeto, Dom Salvador, Milton Banana, Wilson Simonal. Non poteva mancare, almeno come autore, Jorge Ben, con cui il Trio Mocotó ha lungamente collaborato, e forse l'autore più rappresentativo di questa piccola rivoluzione estetica, di cui Erlon Chaves interpreta "Cosa nostra", Elis Regina rende "Bicho do mato", e lo stesso Trio omaggia in "Que nega è essa". Viaggio stimolante e ben equilibrata selezione ragionata, questo disco è un complemento quasi obbligatorio per ogni festa che si rispetti.  

(Mauro Montalbani)


 

 

CRONACHE CONCERTI

 

Virgínia Rodrigues
martedì 18 dicembre 2001
Chiesa di San Giorgio, Milano



La baiana Virgínia Rodrigues ha presentato un programma articolato in tre momenti con la partecipazione dell'invitato speciale Tadeu Marquez (voce), Bira Reis (percussioni), Corrado Canonici (contrabbasso) e Aldo Brizzi (tastiere, arrangiamento e direzione musicale). Aprono la serata, organizzata nell'ambito della rassegna "La musica dei cieli - Voci e musiche nelle religioni del mondo"
, i canti di candomblé della tradizione afro-brasiliana. Queste composizioni sono poco conosciute al di fuori dei terreiros, luoghi di culto consacrati agli orixas, divinità di questa religione. La Rodrigues si è dedicata allo studio del canto lirico e fin dall'interpretazione del primo brano ("Bombo Gira") si viene trasportati in una duplice dimensione: nella gelida atmosfera invernale di una chiesa europea le percussioni accompagnano testi africani interpretati in chiave lirica da un'imponente cantante che sa portare il sorriso tra le note della sua voce di petto. Il canto diventa gregoriano quando, acuto e vecchio di secoli, si intreccia a un lento tamburo che in lontananza ricrea il suono delle onde del mare sulla battigia della dea Iemanjà ("Marabò"). Un intermezzo di Brasile nuovo e sperimentale colpisce soprattutto nella composizione di Aldo Brizzi "Velada ou Revelada": percussioni leggere sullo sfondo e tutto il corpo della Rodrigues a fare da cassa di risonanza alla sua voce che canta di musica, mistica, magia e poesia. E proprio in Bahia, nel coro del Monastero di San Bento di Salvador la Rodrigues cantò per diversi anni insieme a Marquez. Ora qui, in un'altra chiesa, si ritrovano insieme per quegli stessi canti di repertorio. L'interprete si scusa, ha freddo, deve usare il microfono: già compromessa dall'inizio del concerto, la sua voce la sta abbandonando. L'Ave Maria di Gounod commuove per il candore con cui viene interpretata, per la semplicità che emana la preghiera, una liturgia finalmente condivisa e alla portata di tutti. Il cantato della Rodrigues, ogni tanto incerto su qualche nota, ora sembra provenire da una voce bianca, senza età. Soltanto alla fine sella serata, nell'esecuzione degli Spirituals, la voce dell'interprete baiana sembra riprendersi modulando un canto jazz su percussioni e ritmi africani. Si rimane col desiderio di ascoltarla un'altra volta, questa interprete, di cui si è solo intuito il calore all'interno di una chiesa dall'acustica non certo ottimale. La sua voce parla dialetti africani, brasiliano, latino e inglese, e che sa far convivere musiche di schiavi e di chiesa.

(Fabrizia Clerici)