Italiani in Brasile, un popolo in movimento

In 25 milioni a cercare fortuna solo dal Belpaese 

 

di Silvia Zingaropoli

   Qual è il fattore determinante per cui un particolare evento o momento della storia venga considerato degno di essere menzionato nei libri scolastici? Quali sono i motivi in base ai quali un fenomeno così vasto della storia italiana, come quello della Grande emigrazione, possa essere omesso o appena accennato all'interno delle nostre scuole? Eppure questo "trascurabile particolare" coinvolse ben ventiquattro milioni di italiani in poco meno di un secolo. Il flusso migratorio che, a partire dal viaggio del 1492, si diresse verso il Nuovo Continente, costituisce uno degli eventi più significativi - e al contempo più drammatici - che la storia d'Italia ricordi. Uomini e donne animati da diverse spinte ideologiche e materiali furono i protagonisti di questa "epopea": partirono spinti dalla speranza, e finirono spesso per essere travolti, in terra straniera, dalla nostalgia. Due sentimenti questi - speranza e nostalgia - che dobbiamo tener ben presenti nella rilettura di questo capitolo della nostra storia, poiché ne sono alla base.

 

Dall'Italia noi siam partiti
Siamo partiti con grande onore,
Quaranta giorni per nave a vapore
Nel Brasile arrivati noi siam. 
Giunti alfine alla terra promessa
Siamo sbarcati nell'emigrazione,
A noi italiani la prima canzone
D'onore e grandezza fu. 
Di mangiare ci dava abbastanza
Perché credeva riempirci la pancia
Con la minestra e l'acqua del fosso;
E per carne ci davano un osso,
Per dormire ci han dato un tavolo, 
Mentre faceva un freddo del diavolo,
Senza coperte né materasso;
Per cuscino abbiamo avuto un sasso. 


Prima di tuffarci nel cuore di quella che è stata definita, a posteriori, la Grande emigrazione italiana in Brasile, è opportuno fare una breve introduzione sulle origini della presenza peninsulare in questa meravigliosa terra, poiché sono alla base dei successivi flussi. Gli italiani, di fatto, contribuirono in maniera determinante a chiarire ed a diffondere la realtà brasiliana in Europa, per mezzo delle loro cronache, lettere ufficiali e private, relazioni scritte, e della loro vasta produzione cartografica: in questo contesto, spiccano i nomi di armatori come Bartolomeo Marchionni o Gerolamo Sernigi che, dopo aver in parte finanziato e partecipato alla spedizione di Pedro Álvares Cabral, inviarono interessanti relazioni alle Repubbliche di Genova e di Venezia.

Tra i primi italiani a toccare il suolo brasiliano, il più celebre è senz'altro il grande navigatore e cosmografo Amerigo Vespucci che, come tutti sanno, fu il primo ad intuire ed a far sua la convinzione che la lunghissima costa fino ad allora esplorata, non apparteneva all'Asia, bensì ad un "Nuovo Mondo". Fu per questo motivo che, a sua insaputa, l'insieme di terre da lui descritte, venne chiamato per la prima volta "America" dal cartografo tedesco Martin Waldseemuller nel 1507. Dopo Vespucci, interessanti personaggi partirono alla volta delle terre d'oltreoceano desiderosi di carpirne i più reconditi segreti: tra questi si contraddistinsero il navigatore vicentino Antonio Pigafetta e Sebastiano Caboto e, nel corso del Seicento, Baccio da Filicaja.

Durante il diciassettesimo secolo, il fascino orientale della Cina attirò l'attenzione degli europei, a discapito del Nuovo Continente: il numero delle cronache e delle relazioni di viaggio dedicate a questa terra subì un deciso calo, ma sappiamo che tuttavia i flussi - costituiti per lo più da soldati e religiosi - proseguirono anche durante questo periodo. Solo agli inizi dell'Ottocento le correnti migratorie ripresero consistenza, ma questa volta assunsero tinte non più naturalistiche bensì spiccatamente politiche. Di fatto, in seguito al fallimento dei moti risorgimentali del 1820/21 centinaia di perseguitati politici fuggirono dal Piemonte e dal Regno di Napoli, dirigendosi in gran parte in terra brasiliana, dove il movimento mazziniano della Giovine Italia aveva attecchito in maniera sorprendente. I protagonisti della lunga rivoluzione repubblicana scoppiata in Brasile, la cosiddetta Revolução Farroupilha, furono uomini come Luigi Rossetti, Tito Livio Zambeccari e, soprattutto, Giuseppe Garibaldi che in poco tempo divenne uno dei capi della rivolta.

Ma veniamo ora al punto focale del nostro discorso: oggi, solo in Brasile, sono venticinque milioni gli abitanti di origine italiana, discendenti di quei "piccoli grandi eroi" che, a partire dalla metà dell'Ottocento, abbandonarono tutto in cerca di un miglior tenore di vita. A quel tempo il Brasile, prostrato dall'abolizione della schiavitù (che aveva dato luogo alla grande carenza della manodopera) e dal grande debito interno ed esterno che lo affliggeva, cominciava ad attuare la sua politica di popolamento a favore dell'immigrazione. 

Durante lo stesso periodo la grande crisi agraria travolgeva l'Italia mettendola in ginocchio: nelle campagne della penisola, sopraffatte dalla miseria, iniziarono a circolare racconti di terre meravigliose ed infinite ricchezze che attendevano gli audaci nel lontano Brasile, ed in breve tempo cominciò ad affermarsi il mito della "terra promessa" alimentato dalle parole degli agenti di navigazione che, spinti dalla loro cupidigia, si preoccupavano di trarre il massimo profitto dalla disperazione dei poveri contadini, ormai stremati dalle tremende condizioni in cui versavano.

La rete di trasporti e gli interessi ad essa collegati sono, tra gli aspetti del fenomeno della mobilità internazionale, i meno trattati dalla storiografia contemporanea: eppure la loro importanza non è da sottovalutare nel contesto della grande emigrazione. Nel giro di pochissimi anni nacquero infatti una miriade di agenzie di reclutamento legate alle numerose compagnie di navigazione, che incrementarono enormemente l'afflusso di emigranti nelle Americhe. Gli agenti ingaggiarono una vera e propria "corsa alla persuasione" promettendo ai contadini grandi fortune, ed infondendo loro false speranze con leggendari racconti su terre meravigliose, paragonate spesso al paradiso terrestre o all'Eldorado: l'inganno era il fondamento dell'attività dell'agente.

Veneti, piemontesi, emiliani e trentini furono i primi a partire per le terre d'oltreoceano, spinti da grandi prospettive di miglioramento: abbandonare tutto in cerca di fortuna altrove era l'unica soluzione ad una situazione divenuta ormai insostenibile. Oltre alla predominante componente contadina degli emigranti (80%), moltissimi furono anche i piccoli proprietari terrieri e gli artigiani che decisero di partire… anzi, si può in realtà affermare che fu proprio quella piccola e media borghesia a dare il via ai successivi flussi rurali.

Sin dal momento della partenza i disagi non tardavano a farsi sentire, e spesso i poveri emigranti dovevano attendere molti giorni al porto d'imbarco, a causa dell'avidità delle compagnie di navigazione che cercavano di stipare sulle imbarcazioni il maggior numero possibile di passeggeri, per poter così ottenere il più alto profitto. La terribile traversata era condotta in assurde condizioni igieniche, e la scarsità di cibo e di spazio vitale non di rado davano luogo a terribili epidemie a bordo: il viaggio durava in media una trentina di giorni, durante i quali lo sventurato emigrante era costretto a sopportare ogni tipo di disagi. Numerosi testi d'igiene navale denunciarono a quei tempi lo sfruttamento del popolo degli emigranti da parte delle compagnie di navigazione. 

Se gli stenti della traversata venivano sopportati grazie al "miraggio" dell'arrivo, al momento dell'approdo in terra brasiliana l'emigrante doveva scontrarsi con una realtà ben più dura di quella auspicata: in attesa dell'assegnazione del proprio lotto di terra, era costretto a trascorrere diversi giorni nelle cosiddette hospedarias dos emigrantes, grandi casermoni paragonati spesso a veri e propri campi di concentramento, dove venivano ammassate centinaia - e a volte migliaia - di famiglie. Ma al momento della consegna della terra la delusione e la disperazione prendevano il sopravvento, poiché non di rado i lotti erano impervie colline o lussureggianti foreste da disboscare (le terre migliori erano già state accaparrate dagli agricoltori tedeschi e svizzeri giunti in Brasile durante la prima metà dell'Ottocento). 

Durante la prima fase della grande emigrazione, gli italiani si stanziarono in particolar modo negli Stati del Sud, a Santa Catarina, nel Paranà e a Rio Grande do Sul. I nuovi immigrati dovettero affrontare enormi difficoltà di adattamento: la scarsità di cibo, la quasi totale assenza di vie di comunicazione - che provocava un'esorbitante ascesa dei prezzi delle merci -, la carenza di un qualsiasi tipo di assistenza medica, giuridica e religiosa, la difficile e spesso cruenta convivenza con i popoli indigeni… furono solo alcuni degli innumerevoli ostacoli che incontrarono i nostri emigranti. Col tempo però gli italiani seppero adattarsi e, mano a mano, riuscirono ad avere la meglio sulla natura selvaggia conquistandosi un graduale miglioramento delle condizioni di vita, grazie soprattutto al loro grande spirito di sacrificio e le spiccate doti agricole. Fu così che, il governo brasiliano, visti gli ottimi risultati ottenuti, decise di intensificare la sua politica di incentivi per l'emigrazione, dirigendola in particolar modo alla penisola.

Le forti oscillazioni annuali del flusso migratorio italiano in Brasile, erano strettamente legate all'andamento incerto degli incentivi proposti dalla politica dal governo brasiliano ed alla disponibilità di capitali che determinavano le condizioni del viaggio prepagato:

ANNO                          NUMERO DEGLI ITALIANI IN BRASILE 
 1887                                                  31.445 unità
 1888                                                  97.730 unità
 1890                                                  16.233 unità
 1891                                                180.414 unità
 1901                                                  82.159 unità

In seguito, l'emigrazione peninsulare nonostante avesse subito un calo significativo a causa della pesante crisi economica, continuò durante tutto il primo quarto del Novecento, interrompendosi momentaneamente durante la Prima Guerra Mondiale. Le partenze verso il Brasile cominciarono così ad aumentare anche dalle regioni centrali e meridionali, ed il flusso iniziò a prediligere i grandi centri del Brasile e le fazendas pauliste: oggi circa il 50% della popolazione di San Paolo è costituita da italiani.

A questo proposito, lo Stato di San Paolo merita un discorso a parte: nel 1870 la città di San Paolo (che sarebbe diventata una delle più grandi metropoli del mondo) contava appena 30.000 abitanti, di cui gli italiani erano solo una piccolissima parte. Nel giro di pochi anni, nel 1886, gli italiani a San Paolo arrivarono a costituire il 13% della popolazione, pari a 5717 unità; cominciarono a dirigersi verso questa città contadini provenienti dal Veneto e dal Nord d'Italia, e commercianti ed artigiani dal centro e dal meridione della penisola.

Dal punto di vista architettonico, la futura metropoli fu fortemente influenzata dalla presenza italiana, e cominciò così ad assumere caratteri spiccatamente peninsulari: gli italiani modificarono il paesaggio urbano di San Paolo, caratterizzando la struttura degli edifici dei bairros popolari, ma anche quella dei raffinati palazzi dei quartieri alti, costruiti da ingegneri, architetti, capomastri e costruttori provenienti dalla penisola.

La crisi del mercato del caffè provocò, a partire dal 1896, il meccanismo di fuga dalle fazendas che diede luogo ad un inurbamento senza precedenti in tutte le città dello Stato. Nel giro di pochi anni l'elemento italiano invase le città pauliste, impiantandovi la propria lingua (o meglio, i vari dialetti), i propri cibi, i vestiti, i manifesti pubblicitari, i dolci, i tessuti, la moda…
Nonostante questo, per molto tempo i nostri connazionali nei vari centri urbani furono relegati ai lavori più umili: lustrascarpe, strilloni di giornali, facchini, rigattieri… probabilmente la loro più grande dote fu proprio quella di non disdegnare di questo tipo di impieghi, e grazie alla quale riuscirono progressivamente a conquistarsi il monopolio dei principali settori produttivi artigianali. 

Le comunità italiane oggigiorno costituiscono un potente ed essenziale motore dell'economia brasiliana: troppo spesso abbandonate o dimenticate dalla madrepatria, conservano - e a volte ostentano con un certo orgoglio - la cultura, i dialetti ed i costumi della penisola nella loro forma più originale. L'emigrazione italiana in Brasile in sostanza rappresenta un caso unico per la nostra storia, perché mai come in questo caso abbiamo assistito al trapianto di una comunità così unitaria dal punto di vista etnico, culturale e sociologico.

I nostri connazionali sparsi per il mondo costituiscono una grande risorsa culturale, scientifica, economica e sociale, sia per l'Italia che per i paesi che li hanno accolti: è dunque necessario, approfondire gli studi e le ricerche su tutti gli aspetti concernenti la grande emigrazione italiana nel mondo, che costituisce senza alcun dubbio una delle pagine più significative che la storia d'Italia ricordi. Un adeguato riconoscimento a questo fenomeno - nei testi scolastici come in quelli accademici - contribuirebbe inoltre alla diffusione di un nuovo spirito di tolleranza nei confronti degli immigrati che oggi (come in passato i nostri valorosi antenati), lasciano il proprio Paese e le proprie famiglie, nella speranza di trovare in Italia un miglior tenore di vita.