AVVENTURE DI UN BRASILIANO PER LO STIVALE

Scusi, dove fica il duomo?

(seconda puntata)

 

di Luiz Eduardo Florian

Documenti, prego!

Il viaggio prevedeva la tratta Lisbona – Barcellona, e da lì Firenze.
A Barcellona avrei potuto finalmente utilizzare il magnifico Inter Rail. Con qualche perplessità. Infatti non lo si può usare nella nazione dove lo si acquista. Come dire: se vuoi viaggiare a prezzo scontato, fallo in casa d’altri. Nemmeno tanto scontato, a guardare bene.

Comunque, una figata. E risolve parecchi problemi di pernottamento…

Ma è in Francia dove si capisce fino in fondo la differenza tra un passaporto comunitario e uno "extra-comunitario". Oh, logicamente, svizzeri, australiani e americani non sono considerati extra-comunitari. A dire il vero, anche canadesi e neo-zelandesi sembrano essere immuni a questa “malattia”.

Gli altri passaporti,  in particolar modo quelli sudamericani, provocano una strana reazione allergica sui poliziotti francesi, che a grosso modo presentava questi sintomi:

·          Improvviso sproloquio ad alta voce totalmente privo di senso, seguito da un grosso articolare di domande senza la minima intenzione di ottenere risposte.

·          Spasmi muscolari incontrollati sulla mano che tiene il passaporto con forte propensione a sbatterlo sull’altra mano o, in alternativa, sulla testa del proprietario.

·          Incontrollabile pulsione a sfrucugliare valigie (meglio se disfando tutto e togliendo tutto il contenuto), tasche, e… capelli. Non si capisce cosa cerchino, dal che si desume che codesti gorilla si rifacciano a qualche rito ancestrale, come la ricerca di pidocchi. Naturalmente è un chiaro segno d’amicizia.

Viaggiando insieme ai  sudamericani, ma con passaporto italiano, ci si sente una specie d’alieno. Tanto da voler rivendicare identico trattamento. E pensavo: alla prossima glielo metto in mano. Il passaporto brasiliano, intendo. Ma l’essere sudamericano ci insegna anche a non fare gli stupidi. Il poliziotto, da noi, più basso di grado è, più casini ti combina.

 Ma tutto ciò provoca una strana frustrazione.

Non mi capita spesso di sentirmi così codardo, e i francesi riescono persino a farmi vergognare del doppio passaporto. Siamo tutti lì, pronti a mettere mano alla parete e a farci perquisire, che mi sento male quando capisco che mi basta il colore rosso comunitario della copertina per farmi riavere.

Non è mica una questione di look, sapete. Arrivavo da 3 mesi in Marocco, e tutto ero tranne che uno con l’aspetto rassicurante.

Ma tanto sarebbe stato lo stesso: per i poliziotti francesi, la sudamericità è una malattia.

Contagiosa.

Beh, in un anno d'Europa la “questione soggiorno” proprio non mi è mai stata posta. Tranne che in Marocco, ma i marocchini sono particolari. Altra testa.

Comunque, ben presto ‘sto benedetto passaporto avrebbe fatto vedere i suoi limiti… 

Atensciòn, frontiérr, passports, si vus pléé

Ok.

Ventimiglia.

Che cavolo di nome è? Twenty miles from here”…

Sa il cavolo, appunto.

Non mi ricordo il giorno, ma era un sabato pomeriggio. Italia, terra del sole e del mare, e… una pioggia della madonna.

Tutti giù, gridano i francesi. E noi scendiamo. Anzi, a dire il vero, sono l’unico che fermano. Tutti gli altri si avviano.

 La solita dogana, la solita doppia fila, “comunitari”, “stranieri”, e… no: “stranieri” e “italiani”.

Adesso dove vado, cazzo?

Il passaporto è italiano. Io no, ma… ma sì, in coda con gli italiani.

Sono a casa.

O almeno sembra. Tanto basta…

Ma, dico, avete mai guardato bene l’uniforme dei carabinieri? Giuro, dei cappelli così li avevo visti solo nei film sulla Seconda guerra. Ma li indossavano i gerarchi tedeschi.

Per dire che il bel tipo col cappello non mi faceva proprio una bella impressione.

Mi guarda, vede la “famosa” copertina rossa del passaporto che mi dava “carta bianca” ovunque, e... mi indica, seccato, l’altra fila.

Protesto, invano, quello è inflessibile. O almeno lo è il suo dito. Dritto ritto inflessibile nella fila degli stranieri. Non capisco, ma obbedisco. Eccomi, sto andando, calma, non vorremo guastare la mia visita già al portone d’ingresso, no?

Cinque o sei soldati per ogni “entrante”, alcuni che somigliavano alle SS e altri a soldati comuni. Sempre tedeschi, per me. Più tardi seppi che erano finanzieri. Ma la mente, allora, andava ai film di guerra, e non mi vedevo dalla parte dei fortunati… Eccheccazzo, proprio qui mi fanno storie?

Arrivo, finalmente.

Il soldato semplice apre il mio zaino senza tanti complimenti e s’incaponisce nel cercare qualcosa di nascosto nella jlaba (mantello marocchino col cappuccio a punta che sono faticosamente riuscito a comprare dopo una trattativa di un pomeriggio).

L’ufficiale delle SS mi chiede, in perfetto inglese, il passaporto.

Glielo dò. Lo guarda. Me lo restituisce. E mi chiede il passaporto. Glielo dò. Bel giochino, eh? Quando finisce?

Ecco, vedo che quello che provoca il passaporto sudamericano ai francesi, provoca quello italiano agli italiani. Valli a capire.

Mentre continua a parlare in modo incomprensibile (ueh, ma non parlavi inglese?), continua a chiedere il passaporto.

Dettaglio: non sapevo una mazza di italiano, ma non ero mica nato ieri! Se il passaporto sudamericano fa incazzare i francesi, magari con questi… e gli metto in mano quello brasiliano.

Miracolo! S’è ricordato di parlare inglese. Adesso capisco cosa dice, ma, giuro, una non capisco una mazza di quello che vuole: cazzo, mi chiede:  “dov’e’ il timbro di entrata in Francia?”, e anche: “da dove sono entrato in francia?” Beh, da Barcellona. E, prima, Lisbona.

Mica contento, il tenentino della SS, voleva i timbri.

Ma quale cazzo di timbro, dico io, ho usato tutto il tempo questo passaporto bello rosso comunitario con scritto repubblica italiana qua!!!

E che, uno se la cava così? Manco per niente. Tenentino e soldato semplice mi scortano “gentilmente” fino a una stanzetta dove posso, finalmente, passare un bel po’ di tempo a ammirare la pittura scrostata dalle pareti. Sicuramente Leonardo o Michelangelo…

Dopo un po’, no, che dico, un bel po’, arriva il tenentino con uno che sembrava il tenentone. Aveva il cappello un po’ più alto. I gradi forse si misurano così, vallo a sapere. Mi restituisce i due passaporti, mi chiede di accompagnarlo (ueh, i tenentoni parlano inglese), e poi mi congeda. Lasciandomi  in coda esattamente alla stessa fila per stranieri di prima.

Dai, che non è venuta bene la prima, il tenentone non ha partecipato, rifacciamo tutto il giro!!!

Sapete, essere brasiliano ti dà certi vantaggi. Come uno spiccato sarcasmo. Che, qui, credevo stesse per crollare davanti al capolavoro sarcastico del tenentino e del tenentone.

Arrivo. “May i have your passport, please”?, E ora quale cazzo gli do? Béccati tutt’e due, allora, deciditi, cazzo... uela, si è deciso, posso andare avanti, finalmente… dove?

Strike, mister. Strike.

Welcome in Italy.

Fanculo tu e il tuo inglese...!

Sorridente, of course.