IL CASO IBRIT

Dia le dimissioni, architetto

 

di Fabio Germinario

    Non promette nulla di buono la piega che stanno prendendo gli ultimi eventi all'Ibrit dopo la tempesta che poche settimane fa si è abbattuta sull'istituto milanese che dovrebbe promuovere la cultura brasiliana nel capoluogo lombardo e nel Nord Italia, ma recentemente imputato di non utilizzare - o di non farlo abbastanza - le proprie risorse, tra cui la sede miliardaria di cui dispone. 

Dopo le durissime accuse lanciate da un gruppo di ex collaboratori, artisti e responsabili di associazioni culturali milanesi nei confronti del suo direttore, Henrique Pessoa, l'architetto che dal 1997 ne è alla guida, tra i primi e il secondo si è sviluppata una "guerra di posizione", invisibile all'esterno e fondata sulla rispettiva interpretazione del regolamento statutario. Intanto l'esposto-denuncia inviato tramite la via gerarchica del Consolato al ministero degli Esteri brasiliano, dal quale l'Ibrit dipende economicamente, non sembra al momento aver sortito alcun effetto. Brasilia continua apparentemente a disinteressarsi al destino dei circa 170mila euro che corrisponde annualmente per la gestione dell'istituto. E non è neppure certo che l'Itamaraty abbia la possibilità - pur volendo - di rimuovere facilmente la figura di Pessoa dalla direzione dell'istituto. Figura che tra l'altro era stata fortissimamente sostenuta da uno dei diplomatici che avevano precedentemente occupato la principale poltrona del Consolato. 

La particolarità dell'Ibrit, che giuridicamente è inquadrato tra le «associazioni non riconosciute e comitati», consiste nell'essere un'istituzione italiana, ma finanziata dal governo brasiliano. Il mandato di Pessoa scade solo nel 2004 e nel frattempo tutto ciò che Brasilia potrebbe fare per rimuovere il direttore sarebbe fargli mancare il finanziamento necessario alla sussistenza dell'Ibrit, di fatto azzerandolo. E non è detto che prima o poi non lo faccia, per recuperare fondi che oggi potrebbero essere più utili al progetto «Fome zero» di Lula e ad altre importanti riforme piuttosto che a sostenere sparuti eventi, di modesto valore culturale e organizzati più con l'intento di fungere da richiamo per la Milano che conta che di promuovere la cultura brasiliana. Francamente non arriviamo ad augurarci questa eventualità, ma se si verificasse ne comprenderemmo bene i motivi. 

Considerate le possibili difficoltà da parte di Brasilia nell'interferire in modo diretto sulla gestione dell'Ibrit, ai firmatari della denuncia e al gruppo di una quarantina di persone che attorno a essi si è coagulato non è rimasto che intraprendere una battaglia procedurale a colpi di regolamento. In sostanza il loro obiettivo consiste nell'orchestrare un tentativo di fronda nei confronti di Pessoa attraverso l'incremento da essi incoraggiato del numero di iscritti. Una fronda da attuarsi durante riunioni appositamente convocate, con l'obiettivo di fargli mancare la maggioranza. Ma anche questa strada è irta di ostacoli e non priva di contraddizioni. A causa di queste pressioni il direttore dell'Ibrit è stato effettivamente costretto a indire un'assemblea che a detta dei peones si era sempre rifiutato di convocare. Ma difficilmente potrebbe rinunciare a servirsi a suo vantaggio delle lacune - peraltro denunciate dagli stessi denuncianti - di un regolamento che a suo tempo si dice fosse stato studiato dall'ex console per consentirgli di rimanere indisturbato alla guida dell'istituto almeno fino alla scadenza del proprio mandato. 

Come i nostri lettori avranno certamente intuito, l'atmosfera che si è venuta a creare all'Ibrit e di cui stiamo cercando di dare conto è tutt'altro che quella ideale per un'istituzione che ha come propria missione quella di promuovere cultura. Un'attività che richiede equilibrio, senso di responsabilità, lungimiranza, pacificazione. Requisiti che sono del tutto assenti nel clima avvelenato che si è venuto a creare durante le ultime settimane. Riteniamo che non sia a colpi di cavilli giuridici, di lotte per la conservazione della poltrona e nemmeno di improbabili battaglie per riportare la democrazia in un istituto nel quale non si è rappresentati e da cui si è in qualche modo respinti che si possa far uscire l'Ibrit dal guado in cui si trova fin dalla sua nascita. Da una situazione del genere si potrebbe uscire solo grazie alle pressioni di un movimento di pubblica opinione, adeguatamente sensibilizzata attraverso i media. Oppure tramite azioni dimostrative da attuarsi in sinergia con una campagna di stampa, come occupazioni - più o meno simboliche - della sede, per fare i primi esempi che ci sovvengono.

Ma la soluzione più dignitosa e ragionevole, a nostro avviso, è quella che ci permettiamo di suggerire ora al direttore dell'Ibrit, direttamente da queste colonne. Colga l'occasione della riunione che ha finalmente convocato il prossimo 15 aprile per rimettere il suo mandato nelle mani dell'assemblea, architetto Pessoa. Dia modo all'Ibrit di recuperare quella credibilità e quella visibilità che sotto la sua direzione non ha mai avuto. Si faccia da parte partecipando, se ha veramente a cuore la diffusione della cultura brasiliana, alla riscrittura delle regole, alla stesura di uno statuto meno "blindato" di quello attuale e all'elezione di un nuovo direttore. Lei è un apprezzato docente del Politecnico, un professionista affermato e non trae certo vantaggio da una situazione che rischia solo di logorare la sua immagine. Prenda atto che la sua direzione è stata abbandonata da tutti: dal Consolato, che da tempo ha rotto i ponti con lei arrivando persino a mandarle un'ispezione ministeriale; da alcuni suoi ex-collaboratori che la hanno duramente contestata, lasciando l'Istituto; e ora anche da singoli cittadini, da persone del mondo della società e della cultura che si dichiarano apertamente critici sulla sua conduzione. E che le chiedono di farsi da parte perché alla diffusione della cultura brasiliana siano dedicate maggiore efficienza e dedizione. Ci chiediamo come non la imbarazzi questo isolamento. Non aspetti la fine del suo mandato, che comunque non è lontana: dia subito le dimissioni, architetto, e tutti noi apprezzeremo il suo gesto.