Pelourinho in bella mostra


Al recupero architettonico del centro storico di Salvador è
dedicata un'esposizione che prende il via il 12 aprile a Varese 

 

di Maria Grazia Pasin

 

    I mille colori della case, il richiamo delle bahianas per una foto, i banchetti di acarajé, i meninos a caccia di centavos, le piccole botteghe di oggetti variopinti, il gruppetto di capoeiras, turisti da ogni parte del mondo mescolati a una popolazione locale in perenne fermento. E poi musica ovunque, a fare da colonna sonora a quello che negli ultimi anni si è trasformato in uno dei luoghi più ambiti e più amati dal turismo internazionale: il Pelourinho, cuore vivo e pulsante di una Bahia da sempre nel cuore dei brasiliani e di chiunque ami la solarità e la gioia di vivere che si riesce ancora a respirare in questo piccolo angolo di paradiso. E proprio al centro storico di Salvador e al grandioso recupero architettonico che gli ha restituito lustro trasformandolo in uno dei gioielli dell'architettura coloniale è dedicata una mostra che prende il via il 12 aprile a Varese e sarà visibile fino alla fine di maggio presso lo "Spazio oltrefrontiera", realizzata dagli architetti Luca Compri e Giovanni Dal Cin e curata da Michele De Bernardi e Barbara Conti. Una mostra che, oltre a elementi di carattere storico-architettonico e storico-artistico, affronta anche aspetti strettamente legati allo studio del tessuto socio-culturale e alla nuova vocazione turistica della città di Salvador. 

A una serie di tavole è affidato il compito di spiegare al visitatore storia, motivazioni e obiettivi del recupero coinvolgendolo attraverso un viaggio affascinante tra le strade, le storie e i misteri di Bahia, luoghi che hanno tra l'altro ispirato i libri più importanti di Jorge Amado e alcune indimenticabili canzoni che sono entrati a fare parte, insieme allo stesso Pelourinho, del patrimonio culturale del Brasile. Del lungo lavoro di recupero del centro storico di Salvador e dell'accurato studio che ha portato a questa mostra abbiamo parlato con l'architetto Giovanni Dal Cin, uno dei due realizzatori, al quale abbiamo chiesto, per iniziare, come è nata l'idea di allestirla. 

«E' nata - risponde Dal Cin - dalla volontà di rendere visibile un lavoro svolto per la nostra tesi di laurea in architettura, presentata e discussa a Milano presso il Politecnico nel 1996. Il titolo della tesi è “Il recupero del centro storico di Salvador – Bahia. Un caso di studio”. Questa mostra consiste nella presentazione di una serie di tavole che riassumono la ricerca effettuata e che sono servite per portare di fronte alla commissione esaminatrice l’analisi svolta sul centro coloniale e sul suo recupero. La mostra è in realtà una selezione di alcune di queste tavole; lo scopo è di non fare un'esposizione troppo specialistica, ma di cercare di rappresentare in modo semplice e immediato alcuni aspetti e contenuti del lavoro svolto. Per questo nel selezionarle abbiamo privilegiato alcune tavole fotografiche a discapito di altre più tecniche».

E per quale motivo la avete dedicata proprio al recupero del centro storico di Salvador?

«L’idea nasce dall’interesse che ha suscitato questo complesso coloniale durante una precedente visita e la passione del sottoscritto per il Brasile e la sua cultura. Più in generale il fascino e l’interesse per tutta l’architettura coloniale. Allora mi era sembrato un bel modo per fare un’esperienza in Brasile; mi sono auto-finanziato un viaggio e ho lavorato per sei mesi a Salvador facendo ricerca presso l’Università di architettura, il Centro studi di architettura e l’Istituto per il patrimonio artistico e culturale di Bahia. E’ stata una bellissima esperienza!»

A chi è rivolta questa mostra, in particolare?
 

«E’ una piccola testimonianza di passione per il Brasile, rivolta a un pubblico vario, non necessariamente tecnico; sia persone che conoscono già il Brasile e Salvador, e possono così cogliere alcuni aspetti culturali “diversi” rispetto a quelli comunemente veicolati attraverso i molti eventi proposti in Italia (in particolare mi riferisco alla musica, al ballo, alla cucina ecc..), sia persone che non conoscendo questa bellissima città, si possono così avvicinare; forse potrebbe essere da stimolo a qualcuno di quest’ultimi per programmare un bel viaggio».

Quale criterio avete seguito per curarne la realizzazione?

«L’unico criterio seguito, se così si può dire, è stato quello di scegliere delle tavole che rappresentassero in modo semplice e immediato i contenuti della tesi, non solo storici e architettonici, ma anche culturali e sociali».

Può tracciarci brevemente la storia e l’evoluzione di Salvador dal punto di vista architettonico?

«La fondazione della città di Salvador risale al 1549, ad opera dei colonizzatori portoghesi. L’anno precedente (1548) il Portogallo decise di creare un governo stabile e meglio organizzato nelle terre conquistate in Sud america; venne quindi organizzata una missione che aveva come compito principale la fondazione di una città che diventasse sede del nuovo sistema politico pensato. Il territorio era fino ad allora suddiviso ed organizzato in vicariati o meglio capitanerie, visto che l’interesse fondamentale in quel periodo era il controllo del mare e non la conquista degli spazi interni. Tomé de Sousa, sbarca in una di queste capitanerie denominata Vila Velha, localizzata nell’attuale porto da Barra, e si trova di fronte alla necessità di individuare il luogo dove insediare quella che in futuro sarà a tutti gli effetti “la prima capitale del Brasile”».

E come fu scelta la zona di Salvador?

«L’aspetto di fondo, che rese determinante la particolare scelta fu sostanzialmente uno: la situazione morfologica del territorio che garantiva da una parte un’adeguata protezione verso i possibili attacchi nemici, dall’altra la necessità dei portoghesi di riprodurre un modello tipico che si rifaceva alle città medioevali della madre patria (Lisbona, Porto); in questo schema si distingue sempre un abitato raccolto su di una collina scoscesa e uno scalo commerciale a livello del mare. La morfologia del luogo prescelto, che oggi corrisponde ad una parte dell’attuale area vincolata e denominata centro storico, richiamava da vicino le acropoli del periodo greco e anche verso l’entroterra era protetta da una valle e due gole che garantivano l’organizzazione di un ottima difesa».

Com'era strutturata l'antica città?

«Il nucleo originario viene rappresentato in quegli anni con una possente cinta muraria difensiva, una netta divisione tra città alta e città bassa e una serie di collegamenti tra le due zone, costituiti da strade tortuose e scoscese (ladeiras), che si arrampicavano lungo la scarpata; grosso modo questa primitiva forma corrisponde oggi all’area compresa tra l’attuale praça Castro Alves e la praça do Palacio do Governo, con successiva espansione verso il Terreiro de Jesus. Da subito si delinea una netta separazione delle attività: nella parte bassa si svolgevano le funzioni lavorative legate al porto e si collocarono le prime abitazioni degli operai, mentre nella parte alta vennero insediati gli edifici che svolgevano funzioni amministrative o comunque pubbliche come il palazzo del Governo e altri edifici».

E negli anni successivi?

«Lo sviluppo urbanistico seguente è caratterizzato dall’espansione del centro urbano e dalla progressiva scomparsa delle mura con conseguente integrazione degli avamposti religiosi nel tessuto urbano cittadino. Nel prima metà del Seicento comunque Salvador ebbe uno sviluppo limitato a causa delle continue minacce portate dai conquistatori olandesi, che per un breve periodo si impossessarono della città. La vecchia capitale, una volta tornata sotto il dominio portoghese, vive a cavallo dei secoli XXVII e XVIII il periodo di maggior splendore. E’ proprio in questi anni che la città si arricchisce di palazzi e chiese, alcuni di questi ancora oggi ammirati e studiati. E’ sempre in quegli anni che avviene l’espansione maggiore e si realizzano la gran parte di edifici racchiusi in quel complesso architettonico conosciuto oggi come Pelourinho. Questa zona, che conserva ancora oggi un tessuto urbano simile al passato, nasce con funzione principalmente residenziale».

Una storia ricca di fascino, ma veniamo ad anni più recenti...

«Nel 1800 si cominciò a delineare un fenomeno importante: i vecchi modelli abitativi medioevali, che risultavano poco luminosi e mal ventilati, vengono abbandonati dalle classi più ricche a favore di edifici più grandi e rappresentativi situati lungo le zone di espansione in direzione del mare. Come conseguenza i vecchi edifici medioevali cominciano ad essere occupati dalle classi più povere che alla fine del secolo lasciarono le campagne e iniziarono a popolare la città (nel 1822 Salvador aveva circa 60mila abitanti ed era la città più importante del Brasile, nei cinquantenni successivi raddoppiò la sua popolazione). Una delle cause dello spopolamento delle campagne fu sicuramente l’abolizione della schiavitù, a cui segui una profonda crisi. Il problema principale in città era quello dei trasporti. La particolare morfologia del territorio rendeva difficoltosi i collegamenti che si tentò di rendere più facili attraverso la costruzione dell’ascensore a funzionamento idraulico Lacerda (1869) e due piani inclinati con funicolari a funzionamento elettrico. Alla fine del secolo XIX Salvador non è più la principale città del Brasile e viene superata dalla capitale Rio de Janeiro e da S. Paolo. Il secolo passato non fa che accentuare i fenomeni iniziati nel 1800. Gli antichi sobrado lasciati liberi, vengono suddivisi in piccoli appartamenti e stanze, detti comodos, e diventano rifugio della popolazione più povera, che vive in condizioni di forte disagio. Questo fenomeno rimane però circoscritto ad una parte del antico centro coloniale, mentre in altre zone come quelle comprese tra il convento del Carmo e il forte di S. Antonio continua a risiedere ancora oggi una popolazione di classe media».

Come è stato possibile che edifici di origine medievale siano arrivati fino ai giorni nostri?

«Il motivo fondamentale è stato che l’intera area che costituiva il nucleo originale della città alta è rimasta tagliata fuori dalle dinamiche di sviluppo economico ed urbano del XX secolo; tale crescita si é concentrata lungo le nuove direttrici viarie che hanno profondamente caratterizzato l’espansione urbanistica fino a oggi. Possiamo paradossalmente dire che quella che fu nel 1500 una scelta strategica difensiva si rivelò determinante anche quattro secoli dopo, quando il nemico è diventato, per molti centri antichi, lo sviluppo sfrenato ed incontrollato».

Per quale motivo il centro storico è stato dichiarato Patrimonio mondiale dell’Unesco?

«Nel 1984 l’Unesco dichiara il Pelourinho patrimonio dell’Umanità e l’area in oggetto viene formalmente perimetrata, acquistando un valore amministrativo da molto tempo auspicato. Il motivo è che ci troviamo di fronte al più grande complesso di architettura coloniale probabilmente del mondo, sicuramente del sud america. E’ ovvio pensare immediatamente che, visto l’oggetto, si sarebbe potuto sicuramente far meglio, sia dal punto di vista architettonico che sociale».

Per la cronaca: in quali anni è iniziato il recupero e quando è stato portato a termine?

«Il primo interessamento da parte di un istituzione pubblica (lo Sphan, l’equivalente del nostro ministero dei beni culturali) per il recupero del centro storico di Salvador risale al 1938. Negli anni sessanta anche L’Unesco, su sollecitazione del sopra citato organo, comincia ad interessarsi al patrimonio architettonico del Brasile, ed in particolare al Pelourinho. Tutti riconoscono ciò che ancora oggi è ritenuto di estrema importanza: il centro storico di Salvador rappresenta un esempio raro oltre che per la quantità di edifici monumentali presenti, per il grande valore dell’architettura “diffusa” di epoca coloniale, che permette una percezione d’insieme eccezionale. Grazie all’interesse internazionale si costituiscono organi statali per lo studio e la redazione di un piano di intervento che ha come primo obbiettivo la determinazione di un'area da porre sotto vincolo. Ma solo agli inizi degli Anni '90 il piano di recupero dell'Ipac (Istituto per il Patrimonio Artistico e Culturale di Bahia) finalmente diventa operativo. Di sicuro il progetto non è terminato, probabilmente sta vivendo una fase di stanca, dopo l’avvio iniziale; si presentano anche non indifferenti problemi di manutenzione degli edifici già recuperati».

Problemi dovuti a quali motivi?

«Essenzialmente alla mancanza di un'attenzione, nella fase di progetto e di realizzazione, agli aspetti tecnici costruttivi, materici e di degrado a cui sono soggetti gli edifici coloniali. L’intervento si è connotato anche come moderna operazione di marketing, che ha avuto come scopo da una parte quello di far conoscere il tema del recupero al mondo intero per uno sfruttamento  turistico internazionale, dall’altra quello di promuovere l’immagine del governo conservatore. Se da una parte si può dire che questi obbiettivi, malgrado discutibili, siano stati raggiunti, dall’altra si sono innescate dinamiche che hanno gravemente disatteso la questione sociale».

Quali, ad esempio?

«Gran parte della popolazione residente, considerata scomoda e dannosa, è stata più o meno costretta a trasferirsi nelle periferie degradate. Si è pensato di poter garantire efficacia all’intervento, anche solo con un progetto finalizzato allo sfruttamento turistico, riconvertendo gli antichi edifici residenziali in attività prevalentemente commerciali, incentivando l’insediamento di una classe sociale più agiata. Nella pratica si sono però innescate delle dinamiche che dimostrano come sia indissolubile il legame tra fruizione dell’area e valori culturali che essa rappresenta».

E come sono stati affrontati questi problemi?

«Grazie alla forza di gruppi culturali che sono rimasti radicati a questo luogo fisico (il più famoso è forse il gruppo Olodum) si è potuto assistere ad una graduale riappropriazione del Pelourinho da parte di quella popolazione che sembrava destinata ad essere definitivamente allontanata. E’ in un certo senso paradossale constatare che il successo turistico del recupero sia in grande parte attribuibile a questa dinamica e che, malgrado questo non risolva del tutto gli enormi problemi sociali, permetta ad una parte della popolazione di riscattarsi attraverso il recupero di questi valori. 

Una delle caratteristiche del Pelourinho che colpisce maggiormente l’attenzione dei visitatori è l’uso di intonaci dai colori forti e dai contrasti molto vistosi. Erano stati utilizzati anche originariamente?

«Sul discorso del colore delle facciate e del suo utilizzo in passato  abbiamo raccolto informazioni contrastanti. Non si ha certezza che in origine venissero utilizzati pigmenti colorati, ma è ipotizzabile che siano stati introdotti nel 1800. Di sicuro per la loro tipologia e per l’organizzazione urbanistica gli edifici presentavano un trattamento diverso delle facciate. Maggior importanza avevano le facciate rivolte verso la strada e probabilmente anche dal punto di vista cromatico subivano trattamenti diversi. Alcuni utilizzano questa tesi per avvalorare l’ipotesi di un utilizzo del colore anteriore al secolo XIX, visto che nel ‘700 la gran parte delle descrizioni erano fatte dai visitatori che arrivavano dal mare, e che quindi vedevano solo le facciate meno “importanti”; altri invece ipotizzano che la vista potesse essere ingannata dai raggi del sole che, per chi osservava la città giungendo dal mare, potevano alterare la percezione cromatica. Di sicuro le pareti erano dipinte con latte di calce e esigevano una manutenzione costante. L’utilizzo di pitture sintetiche oggi ha stravolto l’originale percezione cromatica fatta di profondità, ombre e chiari e scuri che solo una pittura a calce può dare. Il risultato è una piattezza  e una freddezza cromatica che non rispecchia sicuramente le origini. Altro aspetto da non sottovalutare è che queste pitture formulate con resine sintetiche e pigmenti di origine chimica, creano danni alle murature sottostanti e si degradano rapidamente».

A quale motivo è legato l’uso di colori così decisi?

«L’uso di colori così decisi originariamente è giustificato da qualche studioso come possibile scelta di contrastare il naturale deperimento cromatico. Sembra che nel dipingere le facciate venisse previsto il futuro comportamento delle tinte naturali a base di calce sottoposte all’azione del tempo; non bisogna dimenticare l’azione aggressiva dell’aria e del mare in una città come Salvador ed in particolare in un complesso così collocato come il Pelourinho. L’uso oggi di questi colori nel centro storico di Salvador è giustificato sicuramente dalla forza economica dei produttori di vernici sintetiche, dalla mancanza di un approccio corretto al progetto di restauro e probabilmente dalla volontà, molto discutibile, di amplificare quest’effetto scenografico che si ha percorrendo le ripide strade del Pelò».

In Brasile vi sono altri centri urbani di pregio che meriterebbero secondo lei la stessa attenzione?

«Personalmente conosco altri centri coloniali in Brasile di gran pregio architettonico, come Ouro Preto, Parati, Lençois, Olinda, São Luis, ecc.., alcuni tutelati dall’Unesco. Ma credo che il Pelourinho sia unico. Principalmente per la sua dimensione, e per le sue caratteristiche: il centro storico di Salvador, malgrado l’estremo degrado in cui si trovavano molti suoi edifici, è riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri pressoché intatto nel suo complesso. Questo grazie alla sua particolare collocazione morfologica e alle dinamiche di sviluppo proprie della città di Salvador che hanno  preservato il suo impianto urbanistico, e quindi permesso oggi il recupero. Sorte diversa è toccata ad altre città come San Paolo o Rio de Janeiro, dove sono rimaste nel centro molto poche le testimonianze di architettura coloniale e comunque hanno perso la loro caratteristica di complesso architettonico. Dal mio punto di vista ritengo più “vere”, dovendo dare un giudizio architettonico, città come Parati o Ouro Preto. Ma il fascino e la forza che trasmettono il Pelourinho dimostrano come un buon intervento di recupero non può prescindere dalla considerazione degli aspetti socio-culturali».

Quali sviluppi ha avuto il suo studio sul Pelourinho ai fini della sua carriera professionale? 

«Professionalmente il lavoro svolto non ha avuto successivi sviluppi: è rimasta una bella esperienza, sicuramente utile per la nostra formazione professionale. Personalmente ho continuato a coltivare questa passione, e oggi la condivido con famiglia e amici. Ci è però sembrato simpatico, dopo qualche anno, cogliere questa opportunità offertaci dagli amici Barbara e Michele, titolari dello spazio Oltre frontiera, ed esporre una parte del nostro lavoro, nella speranza che possa essere da stimolo a molti per avvicinarsi a questa città, alla sua cultura e soprattutto alla sua gente».



"Salvador, Bahia: il recupero del centro storico"
dal 12 aprile al 30 maggio
spazio oltrefrontiera
via F. Cavallotti, 6 - Varese
www.oltrefrontieravarese.it
info@oltrefrontieravarese.it

orari:
lunedì 16.00-20.00
dal martedì al sabato 9.30-13.00 - 16.00-20.00
prima domenica del mese aperto dalle ore 9.30-12.30; 15.30-19.30
altre domeniche su appuntamento - ingresso libero