"In Brasile la musica di qualità è indipendente"

Intervista a Cristina Saraiva, discografica e compositrice di Rio

 

 

di Fabio Germinario

      In Europa il mercato discografico è in crisi da anni, e riflette il malessere delle grandi major statunitensi. L'avvento delle nuove tecnologie ha avuto riflessi negativi anche in questo settore: l'abitudine sempre più radicata di scaricare musica da internet e la diffusa circolazione dei dischi pirata hanno messo in difficoltà un'industria che, nonostante le pesanti perdite, non rinuncia comunque a trarre grandi profitti dall'esagerato costo dei dischi. Ma come incide questa situazione in un paese come il Brasile, dove la musica è uno dei beni nazionali e dove il mercato discografico è stato a suo tempo abbastanza attivo? Ne parliamo con Cristina Saraiva, compositrice e responsabile di una piccola etichetta di Rio de Janeiro, la Tié.

Qual è il fattore che incide più negativamente oggi, in Brasile, sulla crisi discografica?

Penso che il motivo della crisi sia dovuto a una sommatoria di fattori (crisi economica, stanchezza del mercato dovuta al ripetersi di produzioni identiche tra loro) tra i
quali, evidentemente, anche il commercio dei dischi pirata. In Brasile scaricare musica dal computer è una pratica molto meno diffusa rispetto a quanto avviene negli Usa e in Europa. Di contro la vendita clandestina dei masterizzati si è trasformata in un fenomeno dilagante e di vaste proporzioni. E' senza dubbio uno dei motivi principali della crisi attuale, una crisi senza precedenti che da circa due anni ha causato enormi perdite alle major. Credo vi sia stata anche una sommatoria di errori (di strategia, di attuazione e altri ancora) da parte delle grandi case discografiche di cui esse stesse stanno pagando le conseguenze. 

E' possibile quantificare in qualche modo questa perdita?

Fino a qualche anno fa, un disco di discreto successo poteva vendere, mediamente, intorno a 300mila copie. Ora lo stesso prodotto fatica a conquistare il traguardo delle 50mila, fatte naturalmente le dovute eccezioni.

Vi sono anche altri fattori che influiscono in questa situazione?

E' un fenomeno a catena. Le minori entrate da parte delle case discografiche fanno sì che queste dispongano di budget molto più risicati rispetto a un tempo. E questo si riduce a un taglio di costi, che ovviamente si rifrange anche sui musicisti e sulla promozione dei loro dischi.

Può farci un esempio?

La promozione radiofonica: le major hanno l'abitudine di investire somme considerevoli per garantire la promozione dei loro artisti versandole a radio e televisioni in una sorta di gabella obbligatoria, di prassi consolidata. Ora questi soldi non ci sono più, o comunque le case discografiche non ne hanno a sufficienza per pagare quanto loro richiesto. E la situazione comincia a diventare imbarazzante...

E qual è l'effetto che il fenomeno produce sulle etichette indipendenti?

In Brasile sono da sempre in difficoltà: negli anni passati perché stritolate dalla lotta impari contro le major che facevano terra bruciata attorno a loro, e oggi perché ovviamente risentono anch'esse della crisi, che incide sulla quota di mercato di loro pertinenza, di dimensioni infinitesimali se rapportate a quello delle major. Inoltre vi sono grandi problemi contingenti come la difficoltà di vendere e distribuire i loro prodotti. Sono pochissimi i negozi che accettano di vendere anche musica indipendente, e questa situazione ci crea non pochi problemi di sopravvivenza. Anche se ormai la maggior parte dei clienti, grazie al passaparola, sanno quali sono.

Ma qualche tempo fa non si parlava di un possibile consorzio delle etichette indipendenti per contrastare lo strapotere delle major?

Quel discorso è purtroppo rimasto ancora sulla carta, perché anche tra i piccoli produttori non vi è alcun accordo: troppe invidie, gelosie e provincialismi che nuocciono a qualsiasi ipotesi di associazione.

Come si compone, a grandi linee, il mercato brasiliano degli acquirenti di dischi? 

Circa il 70 per cento dei dischi venduti non è che trash-music, musica commerciale di bassa o nulla qualità. Vi è poi un 25 per cento di musica d'autore, che comprende quella degli artisti brasiliani più conosciuti e apprezzati anche in Italia. E infine solo un 5 per cento di nuovi autori, alcuni di grande qualità, che faticano a emergere e che difficilmente riusciranno a farsi conoscere se la situazione rimarrà immutata. In questa risicata percentuale tenta di sopravvivere, ormai asfittico, il mercato della musica indipendente. 

Oltre alla crisi discografica, in Brasile si parla anche di una crisi di contenuti. E' diventato così difficile trovare musica buona, oggi, in Brasile? 

Credo che buona parte della responsabilità di questa situazione sia da attribuire anche in questo caso al comportamento delle major, che anche con i musicisti di qualità vogliono sempre andare sul sicuro. Così invece di puntare sui prodotti nuovi o rischiare in nuovi progetti, preferiscono sfornare dischi monografici dedicati ad autori di sicuro richiamo. Ma dopo una, due, dieci raccolte dedicate, ad esempio, a Noel Rosa o ad altri grandi maestri della musica popolare, non sanno più cosa proporre. 

Ma allora è vero che musica di qualità in Brasile non se ne produce più?

La musica di qualità esiste ancora, se ne produce, e gli appassionati ormai sanno bene che non sono più le major a proporla, ma che sempre di più coincide con la musica indipendente. E' questo l'unico fattore che ci fa essere ottimisti per il futuro: la situazione è molto grave e prima o poi succederà qualcosa. Siamo tutti in attesa, e non è detto che ciò che accadrà debba andare necessariamente contro la musica di qualità.